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«Nessuno ci protegge. I criminali hanno il permesso di fare quello che vogliono». E Gumaro Perez Aguilando è solo il numero 12: anche quest’anno in Messico la strage di giornalisti e reporter è andata avanti senza che nessuno la fermasse. Accade nel Paese dove dall’inizio del 2017 i casi di omicidio registrati hanno raggiunto la cifra di 20.878. Quasi trentamila in 365 giorni. Questo che finisce è stato per il Paese sudamericano l’anno più sanguinoso dal 1997, esattamente venti anni fa.

Gumaro (nella foto) aveva 35 anni ed era andato a vedere la recita di fine anno di suo figlio due giorni fa ad Acayucan, quando davanti ai bambini, agli insegnanti e agli altri genitori, due uomini armati hanno fatto irruzione nella sala della scuola e l’hanno ucciso. Quattro colpi, davanti agli occhi di tutti, in una classe di bambini di sei anni. «Siamo in stato di shock. Stiamo aspettando di vedere il corpo, faremo qualcosa insieme alla sua famiglia» ha detto una giornalista de l’Asociacion de Periodistas Indipendientes de Acayucan, di cui faceva parte il reporter. Ana Laura Perez Mendoza, presidente della commissione per la protezione statale dei giornalisti, ha detto che non aveva registrato minacce a suo carico, ma Gumaro faceva parte di un programma preventivo di protezione dei giornalisti che erano sulle tracce dei trafficanti, un programma noto come “il meccanismo”, che però nel suo caso non ha funzionato.

Aveva fondato il sito di notizie La Voz del Sur e lavorava per Golfo Sur e varie altre testate giornalistiche, dopo aver lavorato per il dipartimento di comunicazione locale del governo. Poi, attraversando la violenza, le strade e i vicoli ciechi della città di Acayucan , aveva scoperto e scritto che i cartelli della droga regnavano sopra ogni cosa nello Stato di Veracruz, il suo, dove altri due reporter sono già morti negli ultimi mesi.

L’ultima cosa che ha visto il reporter di El Diario de Acayucan, Candido Rios Vazquez, prima di morire, è stato un centro commerciale, dove è stato assassinato insieme ad altre due persone ad agosto scorso. Per il suo lavoro di denuncia era entrato nel programma di protezione federale dopo le minacce ricevute nella regione. Anche nel suo caso, il programma non ha funzionato. Invece il foto-giornalista Edwin Rivera Paz aveva lasciato la sua patria, l’Honduras, dopo che lì un suo collega era stato ucciso, e si era trasferito in Messico dove, nella stessa città di Candido e Gumaro è stato colpito a morte da uomini armati in motocicletta ad un centro di detenzione per migranti.

Per l’Rsf, Reporters sans frontière, la cifra dei giornalisti uccisi in Messico è pari a quella dei loro colleghi uccisi in Siria e l’ong paragona il Paese del presidente Enrique Nieto ad uno in stato di guerra. «Nessuno ci protegge. I criminali hanno il permesso di fare quello che vogliono. È sempre lo stesso incubo che continua» ha detto Miguel Angel Diaz, fondatore di Plumas Libres, un altro sito di notizie di Xalapa. Perché è successo a Miroslava Breach, che stava, nello Stato della Chihuahua, accompagnando suo figlio a scuola prima di essere raggiunta dai proiettili. Perché è successo a Javier Valdez, che aveva fondato Riodoce, un magazine di notizie a Sinaloa e in auto, come Miroslava, ha perso la vita a maggio.

Tra il 2010 e il 2016 sono stati 19 i reporter uccisi durante l’amministrazione di Javier Duarte, che ora è scappato dal Messico, inseguito dai giudici e perseguitato per accuse di frode e corruzione. Quando Miroslava è morta, un paio di mesi fa, il direttore del giornale dove lavorava, Norte, ha deciso che la situazione era troppo pericolosa e ha deciso di chiudere il giornale pubblicato a Juarez. Infatti la prima pagina del 2 aprile 2017 diceva a lettere cubitali: Adios!

Oscar Cantu Murguia, nell’ultimo editoriale, ha scritto: «in questi 27 anni siamo stati attaccati e puniti, da individui e dal governo per aver esposto nefandezze, corruzione, che avvengono a scapito della nostra città, della sua popolazione. Tutto nella vita ha un inizio e una fine, un prezzo da pagare. E se è così, non sono più disposto a pagare con la vita di nessuno dei miei collaboratori, se non con la mia».

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