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«Ti molestano i poliziotti, questo lo so / Ma quella gente non sa fare altro / E quando da morto in Paradiso andrai / Di poliziotti non ne troverai». Si chiude così una delle più belle ed evocative ballate di Woody Guthrie, forse non tra le sue più note, di recente resa in maniera splendida in un locale del centro di Roma dalla voce e dalla chitarra di Luigi “Grechi” De Gregori.

La canzone ha per titolo “The Hobo Lullaby”, ove il termine hobo, di origine incerta, identifica chi senza fissa dimora si sposta da un luogo all’altro, da una città all’altra, in cerca di lavoro. Si tratta di figure spesso accomunate a quelle dei semplici vagabondi di cui è piena la storia americana; e di cui erano pieni anche i vagoni dei treni, soprattutto di notte, dal momento che gli spostamenti avvenivano spesso in maniera clandestina proprio a mezzo rotaia.

Woody Guthrie è stato egli stesso a lungo un hobo, e in un certo senso non ha mai smesso di esserlo, anche negli anni in cui le sue canzoni, in un modo o nell’altro hanno cominciato a circolare in maniera più pervasiva in America; persino quando il senso della sua tournée infinita non fu più la necessità e l’impulso di andarsene da casa sua, ma quella di spargere musica e la voglia di stare sempre e indiscutibilmente dalla stessa parte, la parte degli oppressi.

Sempre o quasi lontano dal successo commerciale, la sua figura è però presto divenuta un mito, e le sue canzoni hanno fatto e fanno parte del repertorio di tanti grandi cantori della protesta di ieri e di oggi. Difficilmente saremmo in grado di immaginare uno spazio, nella nostra contemporaneità, per un canto ostinato e contrario senza l’eredità delle canzoni di rivolta lasciata da Guthrie.

È appena uscita in Italia la traduzione de La ballata di Woody Guthrie (Minimum Fax) proprio per mano…

L’articolo di Enrico Terrinoni prosegue su Left in edicola


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