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«È una giungla», dice Giuseppe Bagni, presidente del Cidi (Centro di iniziativa democratica degli insegnanti). Sì, è davvero una situazione complicata quella in cui si trovano 43.600 maestri, di cui 5mila già assunti, dopo la sentenza del Consiglio di Stato che li ha esclusi dalle Gae, le graduatorie a esaurimento. Adesso dovranno ricominciare da capo, come supplenti. Il 4 gennaio al Miur si terrà un incontro per cercar di sbrogliare questa ennesima matassa che vede di nuovo il Ministero e il mondo degli insegnanti contrapporsi. E anche se la ministra Fedeli si giustifica dicendo che in questo anno ha fatto di tutto per «rimettere al centro tutta la filiera della conoscenza», è indubbio che nonostante le 100mila assunzioni della Buona scuola si è creato un tale scompiglio (ricordiamoci il giallo dell’algoritmo), che non ha creato certo un clima pacifico. Proprio perché è mancato il confronto dialettico e chiaro con le parti, ma soprattutto, verrebbe da dire, perché è mancata una analisi approfondita delle diversissime situazioni da cui provenivano i vari insegnanti. E quindi le soluzioni sono state approssimative oppure lasciate alle carte bollate.

I diplomati magistrali abilitati reagiscono e l’8 gennaio è in già in programma uno sciopero, proprio il primo giorno dal ritorno delle vacanze natalizie.

La cosa che fa indignare i diplomati magistrali è che i giudici di Palazzo Spada con quella sentenza del 20 dicembre hanno ribaltato precedenti sentenze e hanno negato il diritto ai diplomati magistrali prima del 2001-2002 ad essere inseriti nelle Gae. Perché fino allora chi aveva quel diploma magistrale ex-lege poteva insegnare, non c’era bisogno di altro. Dopo è venuta la laurea, come requisito anche per insegnare alla primaria, e successivamente anche la conoscenza della lingua inglese.

Ma come è andata la storia? Ecco una breve ricostruzione per una vicenda che, come quelle che riguardano le abilitazioni degli insegnanti è complicatissima, perché, va detto, ogni ministro che si è installato a Viale Trastevere in questi ultimi anni ha voluto segnare il proprio dicastero con norme sempre diverse che si aggiungevano a quelle precedenti. A proposito di giungla.

Fu il ministro Fioroni del governo Prodi nel 2006, si legge in una nota del Coordinamento dei Diplomati magistrali abilitati (Dma) con la legge 296 a trasformare le Graduatorie permanenti in Graduatorie ad esaurimento «e decise arbitrariamente quando illegalmente di privare il diploma magistrale del suo valore abilitante». Gli insegnanti vennero relegati in un angolo, con la definizione di “idoneità” che comunque non impedì loro di insegnare e di acquisire una formazione e competenze con i bambini sia della scuola dell’infanzia che della primaria. Con i successivi ricorsi dal 2014 questi insegnanti cominciarono a vedere riconosciuto quello che loro considerano un diritto acquisito con il diploma. E quindi grazie a queste sentenze finiscono nelle Gae circa 40mila diplomati abilitati, 12mila dei quali firmano un contratto a tempo determinato, come scrive il comunicato del Coordinamento Dma. «A fronte di questo scenario, inaspettatamente, il Consiglio di Stato in adunanza plenaria, rovesciando l’orientamento giuridico che si pensava ormai consolidato, sconfessa se stesso e emette una sentenza illogica quanto nefasta, respingendo un ricorso identico a quelli finora passati».

Secondo Giuseppe Bagni, il Ministero dell’Istruzione dovrebbe intervenire e cercar di risolvere il caso. «Quarantamila insegnanti non è un numero esorbitante. È un problema perché spesso si tratta di persone che hanno ormai acquisito formazione sul campo, che insegnano da molto tempo». Rispedirli a fare le supplenti sarebbe davvero sprecare esperienze accumulate negli anni.
«Io quest’anno ho ottenuto la prima supplenza annuale fino al 30 giugno», racconta Carla, 41 anni, insegnante in una scuola primaria di Roma. Anche lei fa parte del gruppo dei Dma, che la sentenza del Consiglio di Stato fa di nuovo sprofondare nella seconda fascia delle Gae e quindi di nuovo in caccia di supplenze e incarichi temporanei. La storia di Carla è indicativa, e ben rappresenta la fetta di docenti che si sente non riconosciuta nei propri diritti.

«Appena diplomata ho insegnato subito, non ho fatto altro nella mia vita. Prima, per quindici anni in asili e scuole materne privati, poi da tre anni nella scuola primaria pubblica». Insegnante di sostegno per il momento – «perché mancano anche questi di insegnanti nelle scuole» – ammette che le regole stabilite dall’Europa che hanno portato al requisito della laurea sono giuste. Ma sarebbe giusto riconoscere anche il diritto acquisito prima della modifica. Magari stabilendo percorsi per verificare l’effettiva formazione di chi si trova in possesso di un diploma magistrale. Lei, di sicuro, ce l’ha messa tutta. «Io il sabato e la domenica studio, mi sono adeguata alle nuove tecnologie, so che stare con i bambini richiede attenzione e sensibilità, loro si trovano in una fase importante della loro vita e io devo aiutarli a crescere».

Se di giungla si parla perché questi docenti sono sballottati da sentenze e ricorsi e trafile burocratiche, va detto che la questione poi si complica perché alcuni di loro non hanno una grande esperienza alle spalle. Anzi, dopo aver svolto altre attività lavorative hanno pensato di mettersi di nuovo in gioco, utilizzando quel diploma di tanti anni prima. «In quel caso non è giusto – conclude Carla – non ci si può improvvisare maestre, insegnare è bellissimo ma non è improvvisazione».

 

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