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Chi è Theo Francken? Se lo stanno chiedendo tutti da quando il New York Times l’ha battezzato il il Flemish Trump, il Trump fiammingo. Cioè europeo. Francken è uno xenofobo e le sue dichiarazioni fanno pensare che non ci trovi niente di male, che non debba nasconderlo. La sua è una storia politica che parla dell’Europa più che del Belgio, e ancora di più, è simbolica delle sue divisioni interne.

Theo ha 39 anni, viene dalla destra estrema dell’Alleanza neo fiamminga e in Belgio è diventato segretario di Stato per l’Asilo e l’Immigrazione. Chi è Theo Francken? O cosa è? «Francken è tossico per la democrazia», scrive l’Echo. Scrive l’Express invece che Francken era «consapevole del rischio». Il rischio a cui si riferisce il magazine francofono è quello che Francken conosceva già all’incontro con le autorità sudanesi avvenuto nella capitale belga: foto e stretta di mano postata su Twitter, si è accordato con i vertici africani per far rimpatriare migranti, gettati in pasto ai loro torturatori. È così che fino a Bruxelles è arrivato lo scandalo di quel Paese governato da 28 anni da un uomo su cui pende un mandato di cattura dalla Corte penale internazionale, il Sudan di Bashir.

Ecco cosa è accaduto: risale a settembre l’incontro del segretario belga con le autorità sudanesi, per far rimpatriare oltre dieci persone che si trovavano nel territorio del suo Stato senza documenti, autorizzazione e per questo sono state rispedite nello Stato di Omar al Bashir. Francken sapeva che una volta in Patria, quei sudanesi sarebbero stati abusati. Erano nove, tre di loro hanno denunciato quello che gli era successo al Tahrir institute for Middle east policy a Washington. I sudanesi sono stati detenuti, interrogati, minacciati, picchiati e poi torturati. A fine dicembre il quotidiano Het Laatse Nieuws ha riportato le testimonianze raccolte dal think tank Tahrir institute, secondo cui i sudanesi fatti rimpatriare da Francken sono stati abusati appena arrivati in Sudan. Quei rifugiati erano stati scelti proprio dalla commissione africana che rivoleva indietro i suoi oppositori. Con l’appoggio placito del segretario.

Il primo ministro Charles Michel ha detto allora al Parlamento, il 21 dicembre scorso, che la procedura dei rimpatri dei rifugiati sudanesi era stata sospesa, ma a gennaio, ha poi scoperto, che Francken aveva pianificato altri voli verso il Sudan, per altri rifugiati e senza dirglielo. È questo l’incidente che occupa le pagine dei giornali in Belgio adesso. Il premier non vuole le dimissioni del Trump fiammingo, perché sa che ha bisogno, per mantenere la maggioranza, dell’appoggio dell’ala politica di Francken, che ha descritto come «duro, ma giusto». Il partito di destra fiammingo minaccia infatti di ritirare il sostegno al governo se si deciderà di rimuovere il suo ministro, ma le sue dimissioni le vuole fortemente la piazza, molti cittadini, organizzazioni non governative per i diritti umani e, più di tutti, l’opposizione. Ma il Trump delle Fiandre non se ne andrà. «Non sono il Trump fiammingo, non sono mai stato anti-migrazione, sono per la migrazione controllata, con regole severe da rispettare, con intervento risoluto quando le circostanze lo richiedono» ha replicato Theo sorridendo sornione.

A capo di un governo formato dopo 138 giorni di trattative, il premier ha ora ordinato un’indagine al Commissariato generale per Rifugiati e apolidi, che collabora con Onu e Commissione europea. L’articolo 3 della Convenzione dei diritti umani proibisce la tortura, ma anche l’estradizione verso Stati stranieri qualora possa condurre alla tortura dei rifugiati. «Se l’indagine in corso dimostrerà che si fa uso di tortura sistematica» a causa dei rimpatri, ha detto Carl Devos, politologo dell’università del Ghent, allora «non solo il Belgio, ma anche altri Stati europei, l’Unione europea tutta, potrebbero essere ritenuti colpevoli di violare l’articolo 3».

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