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Qual è stato il ruolo del clero ed in particolare dei cappellani militari, durante la prima guerra mondiale? Si tratta di un argomento che solo da pochi anni la storiografia sta scandagliando, ma che fino a oggi non era mai approdato al grande pubblico della divulgazione quotidiana. Da qualche tempo su alcune testate generaliste, in vista del centenario della conclusione della vittoria nella Grande guerra (1918-2018), stanno comparendo articoli con una certa frequenza. L’immagine restituita ai lettori è quella di un clero che, nell’Italia “laicizzata” dopo l’Unità e la presa di Roma, nell’arco dell’intero conflitto fornisce un supporto materiale, spirituale e psicologico ai soldati in linea con lo “spirito evangelico”, che esorta a sostenere gli ultimi soprattutto nei momenti più difficili e drammatici. Poco o nulla è stato invece evidenziato riguardo al ruolo “politico” che i cappellani hanno finito per svolgere – ovviamente in favore del papa e della Chiesa – in quei drammatici anni del primo grande conflitto del Novecento, tra il 1914 e il 1918. Un ruolo, come vedremo, per nulla secondario.

La presenza sui campi di battaglia dei sacerdoti non era una novità e aveva radici ideologiche antiche. È stato per primo sant’Agostino nel IV-V secolo a definire i confini accettabili degli scontri armati tra gli eserciti e di quella che da lì in poi sarebbe stata definita la “guerra giusta”. Per essere “giusta” secondo la Chiesa cattolica una guerra doveva soddisfare tre requisiti principali: essere dichiarata da un’autorità legittima, essere finalizzata alla pace e alla giustizia e soprattutto essere combattuta da soldati che non odiavano il nemico, ma uccidevano quasi fosse un atto di amore. Ovviamente il fatto che fosse “giusta” o meno lo decideva il papa e quindi il buon cristiano poteva combattere solo “guerre giuste”, cioè benedette dal pontefice.

Come sappiamo il papa in Italia è stata la principale figura istituzionale di riferimento per almeno altri 1400 anni, fino a quando nel nome dell’Unità è stato spodestato anche da Roma, relegato in uno spicchio di terra al di là del Tevere. Con l’Italia unita il pontefice non solo fu espropriato di ogni possedimento territoriale, ma furono estese a tutto il territorio nazionale le leggi del Regno di Sardegna di separazione fra Stato e Chiesa e iniziò un processo di laicizzazione della società che, tanto per dare il segno, arrivò nel 1888 ad escludere la religione cattolica da…

L’articolo di Gianni Manetti prosegue su Left in edicola


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