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In origine erano due fratelli, già protagonisti della scena musicale indie bresciana. Ettore e Marco Giuradei: il primo voce, l’altro alle tastiere. Anni e anni di gavetta, prove nella loro sala, concerti e ben quattro album all’attivo. Seguiti, apprezzati, ma ancora da una ristretta cerchia. Marco poi conosce Luca Ferrari, batterista dei Verdena, anzi è proprio quest’ultimo che lo invita a suonare insieme al resto del più ben noto gruppo bergamasco, insieme all’altro fratello Ferrari e Roberta Sammarelli. La fratellanza si completa con l’aggiunta di Ettore, i cui testi vengono apprezzati da Luca Ferrari. I tre iniziano a suonare insieme, non risparmiandosi a jam session e divertimento. Ma qualcosa manca ancora, così Ettore Giuradei convoca un altro musicista, uno che stima e che segue da anni, si tratta di Carmelo Pipitone, dei Marta sui Tubi e degli O.R.K.

I quattro si incontrano, cominciano a parlare di qualcosa di importante da fare insieme. L’esordio ufficiale, ad aprile 2017, in occasione del decennale della Latteria Molloy. Poi da settembre iniziano a registrare i loro brani. Tutto questo è Dunk: il risultato dell’incontro di anni di scrittura, musica suonata, arrangiata, insomma vissuta appieno. Il progetto confluisce così nell’omonimo album di inediti, il loro d’esordio, uscito lo scorso 12 gennaio. Il logo della copertina parla di loro, interpreta il lato più solare e tribale, i vari dualismi presenti nei testi. Una scrittura interessante, che parla dell’essere umano, uomo o donna che sia, del rapporto, della ricerca di un contatto, di un dialogo o di un incontro che possa avvenire. I testi di Ettore Giuradei e una musica robusta, corposa, che si fa materica, mai pedante; stimoli rock piacevoli, una tangibile maturità. Undici brani che si apprezzano al primo ascolto, su cui svetta il singolo apripista “È altro”. Brano spiazzante, di sicuro radiofonicamente funzionante, ma dal frasario più colto di quello solitamente radiofonico.

I Dunk sono pronti per un tour che li porterà in giro per l’Italia. Sono pronti a portare la loro musica, a farsi conoscere, soprattutto agli addetti ai lavori, come ci racconta, tra le altre cose, Marco Giuradei: «La collaborazione tra me e mio fratello risale ai tempi dell’adolescenza. Lui ha sempre scritto le canzoni, io ho sempre curato l’aspetto dell’arrangiamento, della struttura del disco. Noi due ci siamo fermati due anni fa con l’ultimo tour, poi ci sono stati l’incontro con Luca, poi con Carmelo, ma anche l’amicizia, il divertimento nel suonare. Da tutto questo è nato Dunk».

Dunk è il termine della “schiacciata” nella pallacanestro, è un po’ un fare centro.

Ma anche l’abbreviazione di “Dio punk”, ma anche tanto altro!

Nel presentare l’album, raccontate che Dunk è ricerca di una forma, è lasciarsi alle spalle la canzone, è avanzare verso un’opera, dentro la meraviglia.

Dovevamo trovare le parole giuste (ride), ma soprattutto, ascoltando l’album si nota che, a livello di struttura, non c’è quella di una classica canzone, ma è un movimento interiore legato a quelle che sono le emozioni che suscitava il testo, la canzone in sé. Abbiamo cercato di farci trasportare in questo flusso ed è stato molto naturale. Lo abbiamo fatto come opera artistica, molto sincera.

L’album, infatti, è da ascoltare tutto d’un fiato. Ci sono frasi, spunti che colpiscono, uno tra tutti, pescando nel brano “È altro”, è «Dell’arcobaleno conosco anche il resto…».

La scrittura di Ettore è poetica. Sono testi che lasciano la libertà di interpretazione. A mio fratello non chiedo mai il significato, mi piace immaginarmelo. Del resto, te lo immagini il resto dell’arcobaleno, spero se lo possa immaginare chiunque.

Venendo tutti da esperienze diverse, qualcuno di maggiore successo, con i Verdena o i MST, il vostro è stato un incontro, di idee e intenti, facile?

L’esperienza con Luca e Carmelo è stata molto semplice perché sono persone umili, hanno una maturità incredibile in ambito musicale, la capacità di entrare nelle canzoni, ma anche nell’arrangiamento, per cui tutte le volte che abbiamo suonato hanno sempre trovato la cosa giusta. Non sono mai andati oltre nel giudizio. Questo ha creato un clima di rispetto all’interno della band. Direi che questa è proprio una band: le decisioni le abbiamo prese assieme, ognuno ha avuto la libertà di esprimersi nelle canzoni. Non c’è stata una guida né un’imposizione, questa è stata per me la lezione più bella nel lavorare a questo disco.

A febbraio, proprio da Brescia, partirà il tour. Poi sarete in giro ovunque e ad aprile approderete al Monk di Roma. Che tipo di pubblico vi aspettate?

Sicuramente ci sarà un po’ di pubblico affezionato dei Giuradei, quello dei Verdena e dei MST, ma ci aspettiamo anche tanta curiosità. La speranza è quella di avere un pubblico nostro, magari anche di settore come musicisti, critici, ma soprattutto di gente che ascolterà il disco e avrà voglia di venire ad ascoltarci. Oggi in Italia, sotto il punto di vista della musica live, è importante ricordare che su un palco bisogna andare a suonare, non a fare i dj o a suonare la chitarra con le basi. Spesso queste super band che si formano sono escamotage, mentre il nostro è un progetto serio, una band vera. Noi suoniamo.

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