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Ogni volta che qualcuno viene a mancare per motivi più o meno direttamente legati alla depressione, ancora di più se famoso abbastanza da meritarsi qualche pagina della stampa internazionale, si alza in giro un certo imbarazzo, un silenzio balbettante, una contrizione goffa e fastidiosa.

Anche nel caso di Dolores O’Riordan (musicista e cantante internazionale) basta scorrere i giornali di questi giorni per accorgersi che poeticizzare il suo strazio interiore in nome di una funesta ispirazione sia molto più comodo che raccontare del suo disturbo bipolare o della sua depressione che ciclicamente la atterriva. “Morte misteriosa”, “periodo non facile” o “periodo difficile” sono i cerotti letterari che vengono utilizzati per nascondere una malattia (una malattia, una malattia, sarebbe da scrivere decine di volte tutte di seguito) che non rientra nella postura vincente e vittoriosa imposta da questo tempo.

Il divo fragile da appena morto, come il collega o il famigliare o il vicino di casa, è una storia da negare perché portatrice di sventura e foriera di ingrigiti sentimenti e così la negazione della malattia (che è il primo e più grande errore di chi depresso lo è davvero) viene alimentata ancor di più dalla postura generale.

È una slealtà linguistica irrispettosa delle debolezze che forse sarebbe il momento di dismettere una volta per tutte: sia per quelli che ancora ci (e si) illudono che stare male o avere difficoltà sia un fallimento (e così indirettamente giustificano il mancato soccorso) e sia per chi anche stamattina s’è svegliato a fatica circondato dal grigio e dalla paura di riconoscerlo.

Farebbe bene a tutti, in fondo. Farebbe bene anche a me, che lì in fondo ci sono stato, e ogni volta mi ricordo di chi mi ammonì di non dirlo, di non scriverlo, perché “non porta bene”. E invece sarebbe bellissimo raccontare che poi tornano i colori.

Buon giovedì.

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