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Parlano a bassa voce quando raccontano del volo che da Torino li ha portati a Khartoum. Nella periferia della capitale del Sudan vivono in un limbo, il passaporto sequestrato per cinque anni. Per loro è impossibile anche solo immaginare di tornare nel Darfur da cui sono scappati. Sono cinque, e con un’altra trentina di concittadini sono stati espulsi il 24 agosto 2016 con un charter che li ha portati da Torino a Khartoum, dopo essere stati arrestati a Ventimiglia. Sono, loro malgrado, le vittime del laboratorio del governo italiano che, approfittando dell’agosto inoltrato, ha illegalmente proceduto a retate sulla base della nazionalità, focalizzandosi solo sui sudanesi, per poi procedere al rimpatrio forzato. L’espulsione è stato il banco di prova dell’accordo firmato solo qualche giorno prima, il 3 agosto, dal capo della polizia Gabrielli con il suo omologo sudanese. Un accordo segreto che sigla il patto della nostra polizia con quella di una delle dittature più sanguinarie del continente africano. Su questo fronte, l’Italia ha fatto da apripista ad altri Stati membri. Francia e Belgio hanno seguito.

Nel settembre scorso una delegazione di funzionari sudanesi, chiamata dal segretario di Stato belga all’Immigrazione e asilo, Theo Francken, procedeva al riconoscimento dei suoi cittadini. A poco sono valse le decisioni dei tribunali di Bruxelles e Liegi che intimavano al governo di non procedere alle espulsioni per il rischio a cui si esponevano i sudanesi al rientro. Theo Francken, paladino di una politica di chiusura e fermezza nel settore dell’immigrazione, ha ordinato l’espulsione di più di cento sudanesi in pochi giorni. La notizia che quattro di loro avrebbero subito torture all’arrivo ha spinto il partito di minoranza a presentare una mozione di sfiducia, aprendo cosi la crisi nel governo belga. Sulla questione delle espulsioni in Sudan, Bruxelles rischia la rottura. Le autorità italiane, che si sono macchiate della stessa violazione dei diritti umani, sarebbero rimaste totalmente impunite se l’Arci e l’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) – in collaborazione con i parlamentari europei della Gue – non avessero portato la loro storia alla Corte europea per i diritti umani che, proprio in questi giorni, ha ammesso il ricorso aprendo al rischio per l’Italia dell’ennesima condanna.

Se le espulsioni verso il Sudan sono state possibili è anche grazie alla collaborazione del dittatore Al Bashir che…

Il reportage di Sara Prestianni prosegue su Left in edicola


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