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Celebrando al Quirinale la giornata del 25 aprile, quattro anni fa l’ex-Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ricordava i caduti alle Fosse ardeatine come “vittime di un bestiale antisemitismo”. Su 335 “martiri”, 75 erano in effetti le persone trucidate in quanto ebrei, per odio razziale antisemita. Ma tutti gli altri? Fin dall’immediato dopoguerra le Fosse ardeatine avevano rappresentato uno dei più importanti luoghi della memoria dell’antifascismo e della Resistenza, in cui era stato commemorato il primo grande eccidio di italiani commesso per mano tedesca sul territorio nazionale, civili e militari insieme, cristiani ed ebrei, oppositori antifascisti di ogni colore politico, dai comunisti ai monarchici. Le Fosse ardeatine, dunque, erano state anche espressione di «un bestiale antisemitismo» ma evidentemente non erano state solo quello.

Le parole di Napolitano erano espressione di un profondo mutamento, potremmo dire di un ribaltamento, delle coordinate di riferimento della memoria pubblica italiana (ed europea) della seconda guerra mondiale. Fino a tutti gli anni Settanta la memoria della Shoah era rimasta come incastonata all’interno della memoria predominante dell’antifascismo, al cui centro dominava la figura eroica del partigiano combattente e del militante politico. Lo sterminio degli ebrei era considerato solo come uno dei tanti esecrabili crimini contro l’umanità commessi dal nazifascismo. Ancora per molti anni dopo la fine della guerra non si faceva distinzione fra campi di concentramento e campi di sterminio (erano tutti definiti «campi della morte»). Mauthausen e Buchenwald, famigerati luoghi della deportazione politica, erano molto più noti di Auschwitz. Poi le cose hanno cominciato a cambiare, tanto in Italia quanto sul piano europeo e internazionale, e la memoria della Shoah ha acquisito progressivamente autonomia ed impulso tanto da conquistare la ribalta nel dibattito pubblico e assumere i tratti di una narrazione egemonica.

Considerato il “crimine per eccellenza”, la Shoah è diventata oggi “mito fondante negativo” della memoria europea, celebrata dalle istituzioni come una “religione civile”, coltivata nella società per il suo valore universale di monito perenne contro “il male”, a difesa dei diritti umani contro ogni forma di razzismo e di xenofobia. Alla figura del partigiano è subentrata, come protagonista della memoria, la figura della vittima e del…

L’articolo dello storico Filippo Focardi prosegue su Left in edicola


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