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La città vecchia di Beit Sahour è un labirinto di vicoli che salgono, si intersecano e si aprono su angoli di vita quotidiana. E su laboratori di giovani palestinesi, una via dell’arte che in poche centinaia di metri abbraccia una nuova visione culturale.
«Forse è la depressione che ci spinge a fare cose», scherza Tarek. Ventisette anni, suonatore di oud, laureato al conservatorio, Tarek Abu Salameh ci apre le porte di Dar al musica, la Casa della musica. L’idea, partita un anno fa, da qualche mese è concreta: un luogo dove reimparare ad ascoltare la musica, a liberarla dalle imposizioni del mercato da una parte e dall’“obbligo” della dichiarazione politica dall’altro.
La sala è al piano terra di un vecchio edificio, gli archi sovrastano un pianoforte, un violoncello, lo stereo, innumerevoli leggii. È in corso la lezione, Tarek guida le mani di un adolescente sulle corde dell’oud. La musica porta allegria nella stanza. «Non svolgiamo semplici corsi di musica, non si impara solo a suonare – ci spiega – organizziamo laboratori collettivi per tornare all’essenza della musica. Insegniamo a riconoscerne spazi, tempi, silenzi, per poter leggere la società e la cultura che l’hanno prodotta».
«La musica oggi ci è imposta dal mercato che opta per melodie riconoscibili e omogeneizzate che annullano l’immaginazione e dalla situazione politica che spesso costringe l’artista a appiattarsi su uno stesso stile, quello immediatamente impegnato, per combattere l’occupazione israeliana». Ma, dice Tarek, per contrastarne gli obiettivi – la cancellazione dell’identità palestinese – è necessario anche tornare all’origine del suono.
Dar al musica non è destinata…

Il reportage di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola


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