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È (quasi) storia ormai: un mese fa il governo Gentiloni si faceva bello con il rapporto Istat su Occupazione e disoccupazione, vantando di aver raggiunto il miglior risultato degli ultimi quarant’anni: dal 1977 l’occupazione non aveva mai raggiunto numeri così alti. In realtà erano aumentati solo i dipendenti a termine.

Ora con il nuovo rapporto, relativo a dicembre 2017 emerge che il numero di occupati è diminuito sia tra gli uomini (-0,2%) che tra le donne (-5,4%), per un totale di 66mila persone in meno rispetto al mese precedente. Nel rapporto del mese scorso, chi festeggiava, lo faceva perché vi era stato un aumento di 65mila occupati: la notizia – quella sottolineata – era l’aumento dello 0,3% rispetto al mese precedente. Lo stesso 0,3% che abbiamo perso nel periodo tra il 4 e il 31 dicembre quasi a sottolineare la precarietà che caratterizza gran parte dei contratti esistenti.

Del resto a gennaio bastava leggere il glossario del rapporto Istat per capire che non erano tutte rose e fori: «Occupati: le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento hanno svolto un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura». Non solo: secondo l’Istat sono occupati anche coloro che «hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente». «In campagna elettorale contano i risultati, non le promesse», aveva twittato il segretario del partito democratico Matteo Renzi all’indomani della pubblicazione del rapporto Istat riguardo al mese di novembre. E già. Proviamo a rispondere con i dati del nuovo rapporto alla mano. Nel secondo paragrafo si legge: «Il calo dell’occupazione nell’ultimo mese interessa entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni».

Torniamo al rapporto odierno. Qualcuno sottolinea che su base annua, si registra un aumento degli occupati (ricordando la definizione data dall’Istat nel glossario), +0,8%, equivalenti a 173mila persone. Si legge però: «La crescita si concentra tra i lavoratori a termine mentre calano gli indipendenti e in misura minore i permanenti». Meno 105mila indipendenti; meno 25mila i permanenti. Altro dato. Aumentano drasticamente gli inattivi, coloro che non possono essere qualificati né come occupati, né come disoccupati: «Le persone che non fanno parte delle forze di lavoro», si legge nel glossario del rapporto.

Una generazione di sfaticati, verrebbe da pensare. Fino a quando non si legge il focus di Censis – Confcooperative “Negato, irregolare, sommerso: il lato oscuro del lavoro” presentato a Roma lo stesso giorno della pubblicazione del rapporto Istat. Tra il 2012 e il 2015 – si legge – «l’occupazione regolare è scesa del 2,1%, mentre quella irregolare è salita del 6,3%, portando a oltre 3,3 milioni i lavoratori che vivono in un cono d’ombra non monitorato». Il lavoro nero, si denuncia nella nota, costa alle aziende la metà: il salario medio orario per retribuire un lavoratore regolare dipendente è di 16 euro, quello per un lavoratore irregolare corrisponde a circa 8 euro.

Chissà che alcuni di questi non siano tra le persone valutate come inattive dall’Istat.

Al tema del lavoro, abbiamo dedicato il numero di Left in edicola dal 2 febbraio


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