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“Sa perché volevano danneggiare le relazioni fra Egitto ed Italia? Affinché non arrivassimo qui”: sono queste le parole pronunciate a Port Said dal presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi rivolgendosi (badate bene) all’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, che era tutto contento di inaugurare il maxi-giacimento di gas Zohr a Port Said. Si riferiva ovviamente all’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano che per il faraone d’Egitto è diventato uno straccio da sventolare buono per ogni occasione, senza nemmeno un alone di giustizia.

E in quella fotografia di potere (egiziano) e interessi (italiani) c’è tutta la crosta che da mesi nessuno riesce a rimuovere su una vicenda che è un buco nero politico, imprenditoriale e giudiziario. Giulio è morto, la verità è lontana e la sua famiglia continua con fatica a tenere alta l’attenzione ma dal governo non si alza una sola flebile voce per chiedere almeno rispetto.

“Non ci dimenticheremo del caso Regeni e non ci fermeremo finché i responsabili non saranno consegnati alla giustizia”, ha detto Al Sisi, aggiungendo: “L’Italia è rimasta al nostro fianco anche dopo il fatto di Regeni, anche perché c’era chi puntava proprio a rovinare i nostri rapporti”. E la frase, se possibile, è ancora più velenosa di tutto il resto: Al Sisi quindi sta dicendo che l’Italia concorda con la sua versione dei fatti? Quindi dobbiamo credergli mentre ci spiega che anche l’Italia crede che l’uccisione di Regeni sia un “complotto” teso a “rovinare i rapporti” (che è un modo eufemistico per non dire “affari”)?

Diceva qualcuno che “le parole sono importanti”. Ma i soldi, si sa, seppelliscono le parole in modo piuttosto sbrigativo. I morti, invece, li commemora senza sentire l’obbligo di raccontarne la storia.

Buon giovedì.

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