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Il primo febbraio del 1922, un’ansia inattesa scosse il precario equilibrio nervoso di James Joyce. Ulysses, il libro a cui lavora da 7-8 anni, ma che aveva in mente da 16, non arrivava. Ne aveva sognato l’uscita per il giorno dopo, la Candelora, quando avrebbe compiuto quarant’anni; ed era ancora a correggerne le bozze il 27 di gennaio. Ma poi lo stampatore Darantiere riuscì a stamparne un paio e a farle recapitare per tempo all’autore, che viveva a Parigi. Diciassette anni dopo si ripetè la stessa storia. A gennaio del 1939 Finnegans Wake non era ancora pronto. Sarebbe uscito il 4 maggio, ma la Faber riuscì a inviare a Joyce una prima copia, in bozze rilegate, in tempo per il suo cinquantasettesimo compleanno, il 2 febbraio.

A distanza di settantanove anni, si conclude il 2 febbraio all’Università di Roma Tre, l’undicesima edizione del convegno annuale organizzato dalla James Joyce Italian foundation, e quest’anno dedicato al tema cruciale dell’esilio. Presenti, una trentina di relatori da tutto il mondo, per lo più giovani, e di personalità di assoluto rilievo negli studi joyciani nazionali e internazionali. Il titolo di queste due giornate di studi avrebbe potuto essere “Joyce scrittore dell’esilio”, a giudicare da quelli degli interventi. Ma gli organizzatori hanno voluto giocare con le parole e con il nome dell’autore: The Joys of Exile. Gioie dell’esilio che potranno sembrare ironiche, ma senza le quali l’opera di uno dei più grandi demiurghi del linguaggio non avrebbe mai visto la luce. Di fatto, quasi tutte le sue opere, e certamente le più importanti, sono nate in…

L’articolo di Enrico Terrinoni prosegue su Left in edicola


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