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Ci vuol coraggio, temerarietà e grande bravura per misurarsi col lascito di Caterina Bueno.

Con Bella una serpe con le spoglie d’oro. Un omaggio a Caterina Bueno, un libro con cd per la casa editrice Squilibri, Marco Rovelli ci dà prova di possederne in grande misura.

Una bravura che non è mai esibizione virtuosistica dei pur superbi mezzi vocali che la natura e la pratica gli hanno offerto in dono, una temerarietà che non è mai tracotanza ma profondo, intimo, rispetto e vicinanza per le vicende narrate, un coraggio che è il coraggio di chi mentre canta trae nutrimento sia dalla radicale voglia di cambiare questo mondo sia dalla consapevolezza della caducità dell’esser uomini e donne di questo mondo.

L’aiuta, Marco Rovelli, esser tante e buonissime cose assieme: ricercatore di storie e di vita, scrittore, musicista, mente filosofica e docente di scuola, imbevuto di voglia di riscatto e di sapere, di riscatto del lavoro e dal lavoro.
Quello che abbiamo tra le mani e che possiamo ascoltare e leggere è il precipitato dello spettacolo teatro-canzone La leggera, un autentico viaggio nella cultura popolare toscana dove le vicende della vita di Caterina e la riproposizione dei suoi brani più importanti, da “Maremma” a “Battan le otto”, si intrecciano ai ricordi legati ad altri due autori, l’attore Carlo Monni e il poeta improvvisatore in ottava rima Altamante Logli alla Bueno profondamente legati.

E proprio nella reinterpretazione di “Maremma” e “Battan le otto” troviamo la cifra stilistica ed interpretativa di Rovelli, il modo con il quale il Nostro si è posto nei confronti di così imponente e rischiosa materia.
Un cimento rischioso, per il giudizio di tutti coloro che amano ed hanno amato Caterina Bueno e le tradizioni popolari venate d’amore e di sovversivismo della Toscana mai pacificata.
E il Rovelli ci si è accostato come soleva fare Michelangelo a fronte di un blocco di marmo di Carrara, con l’arte del levare, scalpellata dopo scalpellata, fino a liberare quel che la pietra imprigionava: discrezione, delicatezza, misura.
Una prova intensa con nuovi minimali arrangiamenti, come la chitarra ambient di “Maremma” che dilata leopardianamente il lamento in un canto a cifra della stessa intera umana condizione.

Anarchici e comunisti, assieme alla libertaria Caterina, sono i sodali di questo splendido lavoro: e forse un caso non è.
Il lavoro di Rovelli ci chiama e ci costringe a tornare a misurarci sul senso della cultura popolare, se essa abbia, ed in che misura, tratti propri ed autonomi che la distinguano dalle culture dominanti, se siano tratti progressivi o regressivi, come incrocino e tramandino i tanti tornanti della grande storia di cui troppo spesso le classi subalterne sono state spettatrici e vittime.

I moderati ed i conservatori, anche e soprattutto quelli toscani, dal Vieusseux dell’Antologia al marchese Gino Capponi, editore dei postumi Proverbi di un Giuseppe Giusti ormai spaventato dalla dimensione sociale che i moti del ’48 avevano preso anche nella Toscana Granducale, passando dalla scuola storica dell’Ateneo pisano di Alessandro d’Ancona e di Michele Barbi, hanno alacremente lavorato ad estirpare ogni tratto sovversivo dalla produzione popolare, censendo esclusivamente canti d’amore delle campagne, fuggendo i ben più preoccupanti prodotti delle città e degli operai, approntando raccolte e periodici nei quali di popolare ben poco c’era, se non quello che proprietari e finanzieri toscani speravano di forgiare.

Sarebbe interessante rileggere riviste e fogli volanti del ’48 e ’49 toscano, dove venuta meno la censura preventiva sulla stampa irrompeva la prima esperienza di politicizzazione che le classi subalterne granducali avessero mai sperimentato.
Si potrebbe utilmente riandare alle pagine de Il popolano, il foglio più radicale del periodo, dove si andavano riscrivendo i tradizionali “fiorin di pesco” in un’ottica assai meno bucolica, rifunzionalizzando stilemi “campagnoli” per parlare in infuocata maniera ad operai agricoli salariati e financo ai mezzadri.

E il pregio di questo lavoro di Marco Rovelli è anche questo: un invito a rileggere le nostre radici, a ritrovarle scegliendo il nostro essere nel mondo, a ricollegarci alle millenarie aspirazioni all’eguaglianza che hanno animato le masse contadine, gli artigiani delle città, i proletari delle fabbriche e degli opifici.
Senza alcun dio che possa risarcirci del male che ci è dato in sorte, senza speranze di appagamenti futuri né di solipsismi individualistici, con il piacere sensistico dell’amore come compagno nella lotta politica e sociale.
All’ascolto dunque, “con lo sguardo / rivolto all’Aurora”.

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