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La Ragioneria dello Stato ha pubblicato in questi giorni le tabelle del conto annuale nel pubblico impiego: in 8 anni il personale della sanità è calato di 45 mila unità, 5 mila in meno nel 2016 rispetto al 2015.
Da tre anni il fondo sanitario nazionale è fermo a 113 miliardi a fronte dell’aumento della spesa farmaceutica, delle nuove tecnologie diagnostiche, ma soprattutto della spesa per la cronicità.
Anche nell’ultima legge di bilancio il finanziamento del servizio sanitario nazionale non compare tra le voci prioritarie di investimento del governo.
Stiamo assistendo al depotenziamento della sanità pubblica con i tagli dei servizi e del personale, senza un vero programma di razionalizzazione della spesa.
Al cospetto di questi dati non è facile parlare di “tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo”  senza cadere in discorsi demagogici; è evidente che non possiamo trascurare i problemi della sostenibilità economica di quello che un tempo era il servizio sanitario “più bello del mondo”.
In tempi di crisi economica determinata dal liberismo sfrenato, è difficile, per la pubblica amministrazione, coniugare l’economicismo fine a se stesso che mira solo al risparmio, con la cultura della difesa dei diritti della cittadinanza. E’ un rapporto impossibile in cui il privato lentamente sovrasta e corrode gli interessi della collettività.
Credo sia necessario recuperare il paradigma secondo cui la “tutela della salute” non sia esclusivamente un diritto da difendere, peraltro con armi spuntate, ma al contrario un bene indispensabile allo sviluppo, se volete anche economico, della società.
La salute psico-fisica delle persone costituisce la colonna portante di una nazione che vuole essere competetitiva nella globalizzazione.
Per l’art. 32 della Costituzione e per la legge 833 del 1978 la salute avrebbe dovuto essere un bene preziosissimo da difendere nell’interesse della collettività, secondo principi di “uguaglianza, equità e solidarietà”, al contrario per i governi che si sono succeduti dal 1990 è diventata una zavorra, ormai economicamente insostenibile.
La mancanza di una programmazione uniforme e condivisa su tutto il territorio nazionale, ha portato ad una situazione di frammentazione che è la causa principale dell’ingovernabilità del sistema, ormai abbiamo tanti servizi sanitari per quante sono le aziende che ragionano come monadi in concorrenza tra loro, le direzioni generali che rappresentano ormai delle monarchie con inarrestabile accentramento decisionale, intervengo esclusivamente a salvaguardia del risparmio finanziario a scapito di cittadini.
Gli operatori che dovrebbero essere i primi attori dei servizi, sono ormai emarginati e mortificati nella loro professionalità, costretti a carichi di lavoro insostenibili per i progressivi tagli al personale, in cui la sicurezza delle cure non può più essere adeguatamente garantita.
Oggi è indispensabile fermarsi e ripensare il sistema nella sua complessità, ripartire dalla responsabilizzazione e valorizzazione delle competenze professionali in un sistema articolato, in cui la multidisciplinarietà trovi espressione nell’integrazione delle aziende sanitarie, in una “visione” che recuperi prima di tutto la cultura della promozione della salute, cardine della 833 del 1978.
Investire oggi sugli operatori e sull’integrazione dei servizi è la strada che può rendere il sistema realmente sostenibile.

“La salute è ancora un diritto?”.  Questo è il tema dell’assemblea pubblica promossa dal Comitato per la democrazia costituzionale,  per sabato 10 febbraio alle ore 11 a piazza di Donna Olimpia, Roma.
Oltre ad Andrea Filippi, segretario nazionale Fp Medici Cgil, intervengono Ivan Cavicchi, docente di Sociologia dei sistemi sanitari e Luigi Galloni, Comitato per la Costituzione Roma XII. Modera Simona Maggiorelli, direttore responsabile di Left. L’assemblea fa parte del programma La Repubblica delle periferie promosso dal Coordinamento per la democrazia costituzionale.

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