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Presentato in 300 sale italiane il 23 e il 24 gennaio, viene trasmesso su Rai 1, il 13 e il 14 febbraio, il film in 2 puntate Fabrizio De André – Principe libero, titolo ispirato alla citazione di Samuel Bellamy presente sull’album Le Nuvole. Regia di Luca Facchini, scritto da Francesca Serafini e Giordano Meacci (loro il copione del film di Claudio Caligari Non essere cattivo), interpretato con buona aderenza fisica ed efficace credibilità dal bravo Luca Marinelli, malgrado l’accento romano.

Sarà un modo per ricordare uno dei maggiori cantautori della musica italiana – genovese di nascita, versatile per vocazione – forse il più potente nella scrittura dei testi e nell’invenzione di un personale mondo poetico. Il lavoro televisivo racconta gran parte della vita dell’artista, dal sequestro in Sardegna alla sua liberazione, ripercorrendone in flashback l’adolescenza inquieta e la vita privata. Ci sono il rapporto conflittuale con il padre; l’avvicinamento alla musica; la frequentazione del liceo classico e gli esami rimandati a Giurisprudenza; le notti brave tra i carruggi di Genova; la bottiglia in mano, la sigaretta tra le dita, le prostitute all’angolo della strada, i primi versi scritti con un misto di pudore e insoddisfazione; le serate con Paolo Villaggio – suo il soprannome Faber – per sbarcare il lunario; il matrimonio con la ricca Puny e la nascita del figlio Cristiano. E, procedendo verso la maturità, emergono l’intima lacerazione tra lavoro, denaro e aspirazioni artistiche; il successo con “la Canzone di Marinella” interpretata da Mina nel 1964; la scena musicale di allora e l’amicizia con Tenco; l’insofferenza per l’ambiente borghese; i rapporti turbolenti con il ’68; la dipendenza dall’alcol; l’incontro e la relazione con Dori Ghezzi.

Insomma l’intento di realizzare un biopic corposo e sintetico, guidato da un afflato sincero, è evidente, ma l’andamento è fortemente impressionistico, le punte sono smussate, le emozioni rarefatte, il tono fin troppo incline al perbenismo e alla conciliazione. La storia di un uomo diviso tra due donne e due modi di intendere la vita prevale sulla complessità di un personaggio scomodo, ostinatamente ribelle, volubile, imprevedibile negli scatti come negli slanci di tenerezza. L’impostazione nazional-popolare vince sulle contraddizioni di un uomo irriverente, ironico, audace, anticonformista, anche brutale, ma mai uguale a se stesso.

L’orizzonte è compresso. De Andrè è stato un anarchico, che disprezzava il potere, la Chiesa, i guerrafondai, dileggiandone l’ipocrisia, la mollezza e la violenza truce; un poeta che raccontava la libertà, la sconfitta, il dolore, l’amore spregiudicato e la vischiosità dei pregiudizi, storie intime ed esemplari, andando dritto alla testa e al cuore; un inventore di forme espressive in debito con Villon, Baudelaire, Brassens, Lee Masters e la filosofia esistenzialista e non ultimo un artista che si misurava con dialetti e lingue locali nell’esperienza del far musica, lasciando vibrare nelle sue partiture echi lontani e strumenti dimenticati. Chi si aspetta tutto ciò, troverà poco. Ma chi vorrà avvicinarsi a questo cantore delle fragilità dell’amore, della follia più cupa, degli abbandoni struggenti, dei fatti di strada e di popolo; ai suoi versi aulici e malinconici, maliziosi o sensuali, lunari o luminosi; ai suoi personaggi reietti, dannati, oltraggiosi – prostitute, ladri, blasfemi, bombaroli, assassini, amanti – così vivi e concreti, anche in prossimità della morte, resterà inevitabilmente sedotto dalla sua produzione artistica, dai suoi racconti e dalle sue riflessioni : qualcuno ne ascolterà con piacere i brani, nella performance di Marinelli, e qualcun altro inevitabilmente se ne innamorerà o tornerà ad innamorarsene, scoprendoli sorprendentemente senza tempo.

…domani alle tre
nella fossa comune sarà
senza il prete e la messa perché d’un suicida
non hanno pietà
(“La ballata di Miché” -1961)

A salutare chi per un poco
Senza pretese, senza pretese
A salutare chi per un poco
Portò l’amore nel paese
C’era un cartello giallo
Con una scritta nera
Diceva “addio bocca di rosa
Con te se ne parte la primavera”
(“Bocca di rosa” – 1967)

E tu che con gli occhi di un altro colore
mi dici le stesse parole d’amore
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai
Amore che vieni Amore che vai
– 

l’amore che strappa i capelli è perduto ormai,
non resta che qualche svogliata carezza
e un po’ di tenerezza
(“La Canzone dell’amore perduto” – 1966)

furono baci
furono sorrisi
poi furono soltanto i fiordalisi
che videro con gli occhi delle stelle
fremere al vento e ai baci la tua pelle
dicono poi che mentre ritornavi 
nel fiume
chissà come scivolavi
e lui che non ti volle creder morta
bussò cent’anni ancora alla tua porta
(“La Canzone di Marinella” – 1964)

E se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà
per vedere 
vedere gli occhi di un uomo che muore
(“La Guerra di Piero”)

Onora il padre,
onora la madre
e onora anche il loro bastone,
bacia la mano che ruppe il tuo naso
perché le chiedevi un boccone
(“Il Testamento di Tito”)

Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino,
non avevano leggi per punire un blasfemo,
non mi uccise la morte,
ma due guardie bigotte,
mi cercarono l’anima a forza di botte.
Perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo,
lo costrinse a viaggiare una vita da scemo,
nel giardino incantato lo costrinse a sognare,
a ignorare che al mondo c’e’ il bene e c’è il male
(“Un Blasfemo”)

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