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Migliaia e migliaia di chilometri percorsi, tre anni di viaggio, 25mila foto, 15 quaderni di appunti, decine di articoli. È frutto di un tenace e coraggioso lavoro La crepa (Add editore) graphic novel con cui il giornalista Guillermo Abril e il fotografo Carlos Spottorno hanno vinto prestigiosi premi, compreso il World press photo. Difficile definire questo loro straordinario volume che fonde inchiesta sul campo, reportage fotografico, con uno sguardo e una modo di narrare partecipe, umanissimo, a tratti anche poetico, nonostante la drammaticità degli eventi che scorrono davanti ai nostri occhi. Tuffandovi nelle pagine di questo grande libro non troverete le classiche strisce disegnate, ma fotografie d’autore scattate (e poi rielaborate) seguendo il cammino dei migranti: tracciano sentieri che sotto i loro piedi si aprono come crepe, lasciando intravedere le pericolose faglie che attraversano il sogno di un’Europa unita culla del welfare e dei diritti. Le storie che i due autori hanno raccolto in queste vivissime pagine parlano, purtroppo, di ostilità, di sospetto, di discriminazione, di un continente che sempre più si è chiuso e arroccato diventando una specie di escludente “Fortezza Europa”, tradendo così le proprie radici multiculturali. Marocco, Spagna, Turchia, Bulgaria, Grecia, Italia e oltre. Ogni tappa, una ferita aperta. Ogni tappa incontri con persone che hanno rischiato tutto per fuggire dalla miseria e dalla guerra, che sono fuggite su barconi di fortuna, che sono state costrette a pagare criminali scafisti e che, una volta approdate alle soglie dell’agognata Europa, si sono trovate di fronte un invalicabile muro.

È questo il cuore e il senso della narrazione che comincia nel 2011 nella Spagna degli Indignados e delle primavere arabe che avevano fatto sperare in una nuova stagione di conquiste democratiche. Inizia nel Paese di origine dei due autori, senza trascurare drammatici antefatti: fino al 1991 la Spagna aveva un confine aperto con il Nord Africa.

I lavoratori migranti andavano in terra iberica per il lavoro stagionale e poi tornavano a casa. Nel 1986, la neo-democratica Spagna aderì all’Unione europea e chiuse i propri confini nord africani. Quattro anni dopo è stata ammessa nel gruppo Schengen. La chiusura dei confini non fermò i lavoratori migranti, che cominciarono a prendere piccole imbarcazioni per attraversare il Mediterraneo. Il 19 maggio 1991 i primi corpi di migranti “clandestini” furono trovati a riva. Da allora, si stima che oltre 20mila persone siano morte nel Mediterraneo mentre cercavano di entrare in Europa. La Spagna è stato uno dei primi Paesi europei ad alzare insormontabili barriere e a dare la caccia ai migranti.

Abril e Spottorno raccontano e mostrano cosa è accaduto dopo. Nel 2014 approdano nella città blindata di Melilla, enclave spagnola in Marocco, raccontano la barriera crudele che divide l’Africa dall’Europa e il drammatico momento del salto, dove non pochi rischiano la vita e l’amputazione degli arti; ma raccontano anche la vita nell’accampamento di fortuna, cercando di sfuggire alla fame e alla scabbia, per mesi e anni, aspettando il momento per saltare. Alle sguardo dolente e profondo dei migranti fa riscontro – ed è agghiacciante – la fatuità dei poliziotti che ai giornalisti embedded annunciano «ne vedrete delle belle», come se le ronde fossero un gioco virtuale. «Saltare è un atto violento», dicono. E la Guardia civil non perdona. Dopo aver toccato terra, chi ce la fa senza farsi troppo male, inizia a correre. I “saltatori” sfrecciano terrorizzati per le strade di Melilla. L’obiettivo? Arrivare a un documento ufficiale con l’ordine di espulsione. Almeno è uno straccio di documento. E l’ordine non viene quasi mai eseguito.

Cambio di scena, siamo in Tracia, alla frontiera fra Grecia, Bulgaria e Turchia finanziata dall’Europa per far da carceriere, per bloccare in ogni modo i migranti. Eccoci ad Edirne, la Grecia ha chiuso le porte e i due autori documentano la deportazione dei siriani. Più di un milione di profughi è passato da qui per raggiungere l’Europa. E ancora. Lampedusa, raccontata in questa potente e drammatica immagine di apertura che ricorda silenziosamente le 366 persone che qui hanno perso la vita nel 2012. Purtroppo non sono state le sole. Eccoci infine al centro di accoglienza di Mineo in Sicilia, il complesso residenziale che ospitava i militari della base Usa. È diventato centro di detenzione di richiedenti asilo. Prigioni, esercitazioni militari, i due autori denunciano in modo essenziale, incisivo, diretto – con poche frasi e la forza delle immagini – l’inaccettabile gestione securitaria e militare di un fenomeno migratorio che esiste da sempre e che oggi anche nella civilissima Europa avviene nella più grave violazione dei diritti umani.

 

L’articolo di Simona Maggiorelli prosegue su Left in edicola


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