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Zona antirazzista! Questa scritta, con stile originale, da writer esperto, è apparsa nel sottopasso di via Circondaria, a Firenze, dopo l’assassinio di Idy Diene.

«Ma qualcuno ha pensato bene di mandare una squadra di pittori censori per ricoprirla con una vernice grigia», denuncia Tommaso Grassi, capogruppo di Firenze riparte a sinistra che, con altri consiglieri comunali, ha presentato una interrogazione sull’accaduto.

Gli Angeli del bello (sic!), ovvero i difensori “solerti” del decoro urbano, hanno giudicato uno sfregio questa libera espressione di anti razzismo. Anche se non imbrattava palazzi antichi ma anzi rendeva guardabile quell’anonimo sottopassaggio ferroviario. Che concezione hanno della città gli Angeli del bello e il sindaco Dario Nardella? Viene da chiedersi. Pensano la città come una quinta linda e pinta? Come una inerte scenografia? Che cosa è il decoro per loro? Un ordine fascista? Un perbenismo violento che invita a chiudere gli occhi sull’assassinio di un pacifico cittadino ucciso per il colore della sua pelle? E qual è l’ideologia nascosta nell’idea di “sicurezza” che rischia di diventare pulizia etnica e di classe cacciando migranti e senza tetto dai centri storici?

Cercando risposte, nelle pagine che seguono torniamo a denunciare gli effetti del decreto Minniti, il cosiddetto daspo urbano.

Qui intanto vorremmo riprendere il filo della discussione pubblica sulla street art e su quelle particolarissime “cifre”, “tag”, “firme” che i writers “selvaggiamente” disseminano nei paesaggi urbani più degradati, imponendo un guizzo di colore e di reazione al grigiore quotidiano di aree marginalizzate.

Nata Oltreoceano come libera espressione delle minoranze nere e latino americane, che con quelle impronte e a ritmo di rap, rivendicano una presenza e una voce nella metropoli, l’arte del writing, negli anni Novanta si è diffusa anche in Italia, in particolare a Roma e a Milano, incontrando però una crescente repressione da parte di amministrazioni comunali di centrodestra, ma non solo. In nome del dio turismo Massimo Cacciari arrivò a multare i mendicanti quando era sindaco di Venezia perché “deturpavano il paesaggio”. In nome del dio denaro i cartelloni pubblicitari che ricoprivano il Duomo di Milano parevano cosa buona e giusta alla Curia. L’artista Bue 2530, invece, rischiò il carcere per aver dipinto San bue sui teli che ricoprivano le impalcature della chiesa di Santo Spirito a Firenze.

Queste e molte altre contraddizioni di una astratta idea del “bello” pubblico sono indagate da Alessandro Dal Lago e Serena Giordano nel libro Sporcare i muri, graffiti, decoro, proprietà privata (Derive e Approdi), che idealmente prosegue il lavoro del loro precedente Graffiti (Il Mulino). Qui il sociologo e la storica dell’arte intrecciano ancora una volta le proprie competenze per tentare una ricostruzione della nascita e dello sviluppo di questa arte di strada, collettiva, giovanile, spesso antagonista, alla ricerca di un rapporto originale con il territorio e con la sua storia. Da questo volume, piuttosto critico verso artistar come Banksy (che ha fatto dell’anonimato un brand), emerge un affascinante affresco di arte urbana impegnata a dare voce a chi non ce l’ha. Emerge il ritratto polifonico di street artists e writers che si oppongono all’atomizzazione della società e alla ghettizzazione di culture dissidenti. Il loro modo di fare arte smaschera l’ideologia neoliberista. Anche per questo viene attaccato da squadre anti graffiti, con perquisizioni, sequestri di computer e cellulari. Per questo viene ostracizzata dallo spazio pubblico attraverso l’inasprimento delle leggi. Non tutto è arte, beninteso. Il writing spesso è solo un gesto agit prop. Ma, come ben raccontano i due autori attraverso una ampia serie di interviste, trasmette un messaggio politico, regala immagini che spingono a reagire.

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