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La crisi pesa soprattutto tra gli under 40. E sono proprio loro che hanno decretato il cambiamento nelle urne del 4 marzo. Abbiamo messo a confronto dei dati. Dall’analisi del voto condotta da Tecnè, è emerso infatti che c’è una tendenza che vede crescere i voti al M5s con il diminuire dell’età. Sebbene con percentuali leggermente diverse, quasi la metà delle persone comprese tra i 18 e i 44 ha votato il partito pentastellato: il 44% dei giovani tra i 18 e i 30 anni, e il 40% delle persone comprese tra i 31 e i 44 anni. Tre giorni dopo il voto, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha presentato dei dati che mostrano il cambiamento del benessere economico delle diverse generazioni in Italia. Partendo da uno studio del Fondo monetario internazionale che ha preso in considerazione l’intera Unione Europea, l’Upb ha approfondito la situazione italiana. Se nei 28 Paesi dell’Unione Europea, la fascia d’età che più di tutte è stata penalizzata dalla crisi è quella dei giovani tra i 18 e i 24 anni, a causa di una minore crescita dei redditi e un aumento del tasso di povertà, in Italia la situazione è diversa. E i problemi economici colpiscono fino alla fascia dei cinquantenni.

 

La tabella mostra la variazione tra il 2007 e il 2016 del reddito familiare equivalente, la colonna azzurra, e del tasso di povertà relativa, la colonna blu, per quattro diversi scaglioni di età. Il reddito familiare equivalente è un parametro che si ottiene mettendo in rapporto il reddito familiare netto con il numero di componenti del nucleo familiare. Il tasso di povertà relativa è invece la difficoltà economica nel fruire di beni e servizi in rapporto al livello economico medio di vita nel resto del Paese

L’unica fascia di età la cui posizione economica è migliorata, sia in Italia che nel resto dell’Ue, dall’inizio della crisi è quella degli over 65. E qui si potrebbe fare un altro nesso. Sempre secondo un sondaggio di Tecné, quasi un terzo dei cittadini con più di 64 anni ha votato per il Pd. Come si vede dal grafico, il reddito del suddetto scaglione generazionale è aumentato del 2,7% mentre il tasso di povertà è sceso del 6,9%.

In Italia la crisi ha colpito più duramente le persone tra i 25 e i 54 anni, fascia d’età il cui reddito è aumentato solo dello 0,7%, a fronte di un aumento del tasso di povertà del 4%.
Sebbene in misura minore, la crisi ha colpito anche i più giovani: il reddito dei cittadini tra i 18 e i 24 anni di età è aumentato dell’1,2%, mentre il tasso di povertà del 2,5%.
I dati di entrambi questi scaglioni di età potrebbero però essere sottostimati. L’Upb sottolinea infatti che lo studio del Fmi ha preso però in considerazione l’intera Unione Europea, senza tenere conto di alcune particolarità dei singoli Paesi, come quella italiana di affidarsi al nucleo familiare per assicurarsi un sostegno economico, a volte anche oltre i 30 anni.
Il poter fare affidamento sul sostegno economico del nucleo familiare di origine è stato utile a limitare gli effetti della recessione, continua lo studio, ma a lungo andare potrebbe rivelarsi un fattore di fragilità. Inoltre, tale forma di aiuto economico limita il reddito disponibile delle persone più anziane, che potrebbero invece spenderlo per le loro esigenze se i giovani fossero nelle condizioni di emanciparsi economicamente dalla loro famiglia di origine.

L’altro aspetto su cui si è concentrato lo studio dell’Upb è l’età media in cui i giovani tra i 18 ed i 24 anni lasciano la casa del nucleo familiare originario. Dal 2007 ad oggi, la situazione italiana in questo senso non è variata molto, ma questo non deve essere motivo per festeggiare in quanto già in tempi pre-crisi eravamo tra i fanalini di coda dell’Ue. Se nel 2007 l’età media in cui i giovani italiani lasciavano la casa dei propri genitori era di 29,8 anni, nel 2016 è passata a 30,1, con un aumento medio di 0,3 anni. Invariato è rimasto anche lo scarto tra la media italiana e quella dell’Ue, che certifica un ritardo medio italiano di 4 anni. Nel 2016, peggio di noi hanno fatto la Croazia, con una media di 31,5 anni; la Macedonia con 31,2; la Slovacchia con 31 e Malta con 31,8.  Al contrario, quelli che ne vanno prima di tutti sono gli svedesi (20,7), i danesi (21), gli olandesi (21,9).

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