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Una luce, a un tratto. E esplode una granata. Sono le 2.20, è notte fonda, quando l’esercito ci piomba addosso, ma nessuno si scompone. «In genere arrivano un po’ più tardi», mi dice Manal Tamimi, e si piazza dietro la finestra a filmare tutto in diretta per una tv locale. Il mirino di un mitra M16 puntato contro. Sei, sette militari saltano giù dai blindati, e si sparpagliano rapidi tra le strade. Sparano un po’ in aria, prevalentemente bombe sonore, bombe che stordiscono, non feriscono, e poi lacrimogeni, lacrimogeni ovunque, e subito sui tetti, tra i cortili, sgusciano le sagome nere dei palestinesi: che rispondono con fionde e pietre. Ma il raid non ha una ragione particolare, in realtà. I soldati non cercano nessuno. Non perquisiscono nessuna casa. Per cui sono tutti tranquilli. Nella camere da letto, qui, sul comodino, hanno la sveglia e una maschera antigas.

«E poi in fondo, si sta più sicuri in carcere che fuori», dice Manal. Parla per esperienza diretta. Come molti palestinesi, è stata arrestata più volte. Ma dai rubinetti di casa sua, non viene che un filo d’acqua – oggetto di contesa ormai quanto la terra, qui. E quindi, del carcere la prima cosa che ti dice è: «La doccia era magnifica».
Nabi Saleh, in realtà, non è che un anonimo agglomerato di case nel mezzo della West Bank. Ma sono mesi che è sulla stampa di mezzo mondo: è qui infatti che Ahed Tamimi, 16 anni, dopo che suo cugino è finito in coma con un proiettile in testa, e mezzo cranio in meno, ha visto un soldato all’ingresso di casa, e gli ha detto di andare via, e ha cominciato a strattonarlo: e gli ha tirato uno schiaffo.

Era il 18 dicembre. Poco dopo, l’esercito è tornato…

Il reportage di Francesca Borri da Ramallah prosegue su Left in edicola


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