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La tratta, un crimine lo è sempre stato. Ma, ora, quella delle donne straniere, per lo più nigeriane, a scopo di sfruttamento sessuale è diventata un vero e proprio affare criminale. Ammantato di magia, da riti woodoo usati a fini manipolatori, è un dramma esistenziale che da una parte, le assoggetta al vincolo del debito contratto con le organizzazioni che ne hanno consentito l’espatrio e dall’altra, le subordina, economicamente, moralmente e psicologicamente, agli sfruttatori con il patto di restituzione del denaro ricevuto. Fra i venticinque e i trentacinque mila euro.

«Visti i numeri – i dati più attendibili sono quelli dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni del 2017 -, e si parla di migliaia di donne, è, senza dubbio alcuno, un traffico organizzato da una struttura internazionale», spiega a Left il presidente di Piam onlus (Progetto integrazione accoglienza migranti), Alberto Mossino, esperto di tratta, scrittore (politicamente scorretto) sul tema, con all’attivo un premio John Fante, e primo, in Italia, ad aver sperimentato, con successo, modi e percorsi per l’accoglienza diffusa. Mossino continua: «Non è più il fenomeno degli anni Novanta: la figura della madame, che gestiva le donne dal reclutamento fino alla prostituzione nella terra di destinazione, è superata. Ormai, è un vero e proprio affare mafioso».

A confermarlo, sia l’ultimo rapporto sulla criminalità organizzata, elaborato semestralmente dalla Direzione investigativa antimafia, che riconosce il traffico nigeriano come associazione di stampo mafioso, sia la sua stessa struttura. «Queste mafie transnazionali hanno capacità monetarie ed economiche piuttosto consistenti, capacità logistiche di darsi controllo e di corruzione politica: conoscono molto bene il sistema legislativo e come aggirarlo; hanno precisi contatti italiani, anche con studi legali che, guarda caso, sono sempre gli stessi per tutte le ragazze che vanno (indirizzate) a fare richiesta d’asilo», precisa Mossino.

Che ci sia un nucleo criminale ramificato, nuovo rispetto al passato, lo si scopre anche dal differente assoggettamento schiavistico delle vittime. «Per questo cambio di passo – dice Mossino -, se le vittime nel 2000 erano molto più schiavizzate, sottoposte a un pressante controllo quotidiano, ora, il ricatto per pagare il debito, ricadendo sulla famiglia d’origine, le ‘libera’ dal puntuale dominio fisico e, seppure ugualmente oppresse, hanno più possibilità di movimento».

In concreto, «prima la madame picchiava la ragazza se non portava i soldi, adesso questa prassi si è allentata perché l’organizzazione, appunto, permette, in ogni momento, di rintracciarla e, soprattutto, di rivendicarsi sulla famiglia in Nigeria», racconta il presidente di Piam. Secondo il quale, per fermare un sistema internazionale ultraorganizzato, «bisogna colpire i trafficanti con operazioni che non possono essere messe in atto solo dalle nostre procure, peraltro ben funzionanti e le più temute in Europa, ma devono essere strutturate a livello internazionale». Perché, aggiunge, «i nostri servizi rispondono bene, la direzione è giusta, è la pressione che manda in burnout il sistema italiano». E anche perché loro denunciano raramente. Immaginano maledizioni conseguenti al tradimento del rito di magia nera. Nera come la prostituzione.

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