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Il 4 marzo è cambiata radicalmente la storia politica del Paese. Al Nord si afferma un centrodestra sempre più egemonizzato dal leghismo 2.0 di Matteo Salvini, alfiere di una caccia all’untore che tenta di canalizzare timori politici e sociali, lucrando sulle inquietudini individuali, individuando facili quanto improbabili capri espiatori (gli immigrati, l’Europa, la microcriminalità). Investe e scommette sull’egoismo proprietario, schierando i cavalli di Frisia di un’identità etnico-religiosa che maschera il rifiuto della diversità e della tolleranza. In questo senso, Matteo Salvini s’impone come un vero e proprio imprenditore della paura.

Al Sud, il M5s raccoglie, invece, la rabbia di un Mezzogiorno da molti anni abbandonato a se stesso, che ha perso 12 punti di Pil tra il 2008 e il 2015, che ha visto moltiplicare la povertà e diminuire l’aspettativa di vita, spogliato di risorse umane e materiali, fino a rischiare di trasformarsi in un vero e proprio deserto. E se Salvini capitalizza le paure, Grillo fa la stessa identica cosa con il rancore, offrendo facili e fuorvianti soluzioni a problemi drammatici e complessi.

Il rancore, infatti, è oggi il sentimento più diffuso nel Sud: contro un’Italia che ha esternalizzato la questione meridionale, affidandola alla lotteria dei fondi europei e alla fragilità progettuale delle regioni; contro l’insipienza delle classi dirigenti interne ed esterne, sempre meno capaci di rappresentare problemi ed elaborare soluzioni ai grandi drammi vissuti dal territorio; contro la politica in generale e contro un’Europa tanto attenta ai bilanci quanto distante dalle ansie e dalle sofferenze dei cittadini dei territori più in difficoltà. Un rancore che è stato terreno di coltura anche del movimento neoborbonico e dei suoi improvvisati contro-storici, rivelatisi fallimentari per la vacuità dell’analisi e della proposta, non certo per la mancanza dei problemi da sollevare.

In questa luce, non credo che si possa archiviare la pratica pentastellata con un ennesimo richiamo al carattere geneticamente assistenziale dei “sudici”, alla povertà della civicness meridionale o addirittura al familismo amorale che impedirebbe loro di accedere a un’idea della politica più matura e razionale. Certo, nell’attirare verso Di Maio e soci ha avuto un indubbio peso la proposta di un sostegno economico a carattere universale. Tuttavia, anche altri avevano avanzato proposte analoghe, Leu compresa, senza che ciò abbia minimamente influito sulla dinamica elettorale.

Il punto vero è che Grillo, al pari di Salvini, prospera nel vuoto strategico di una sinistra priva di una visione alternativa della società, vittima di una sconfitta avvenuta sul terreno dell’egemonia e dalla quale tarda a riprendersi. Un vuoto che, proprio per il suo carattere di fondo, non ha necessità di risposte episodiche e tattiche, magari per scaricarsi dalle responsabilità ed elaborare un lutto elettorale. Chi imputa i problemi alla gestione di liste e campagne elettorali, vorrei dire a Nicola Fratoianni, guarda per l’ennesima volta il dito, distogliendo lo sguardo dalla luna.

Il M5s (ma il ragionamento, pur nel mutare del contesto e delle condizioni, varrebbe pari pari per la Lega) non è certo la causa dei nostri problemi, ma nemmeno una plausibile risposta agli stessi. In qualche modo è la rivelazione della crisi, l’epifenomeno che favorisce un’ulteriore degenerazione della vita pubblica, all’insegna di umori assolutamente retrivi e ai danni di qualsiasi valore che abbia a che vedere con la solidarietà umana, il senso del limite e la giustizia sociale. Una sinistra che voglia avere una speranza di rinascere ha un lungo cammino da fare. Tuttavia, scontate le convergenze possibili su singoli provvedimenti, la traversata nel deserto della sinistra italiana deve iniziare prendendo atto della sconfitta, dall’opposizione e in nome delle proprie ragioni. Senza fare più alcun passo indietro.

Giovanni Cerchia è docente di storia, presso l’Università del Molise

L’articolo di Giovanni Cerchia è tratto da Left in edicola


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