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«Ci sono molti sognatori come noi e ci fanno sentire meno soli». A parlare è Vincenzo Costantino, direttore artistico di ALTrove, uno street art festival di livello europeo organizzato a Catanzaro. A cosa si riferisce? Alla rete di manifestazioni e associazioni nate negli ultimi 10 anni in Calabria. Agli sforzi di gruppi di calabresi giovani e meno giovani per restituire bellezza e dignità a luoghi che da troppo tempo vivevano nell’apatia. Vincenzo e Edoardo hanno immaginato di poter trasformare la piazza di Catanzaro in Parigi, di poter portare per i vicoli della città street artists da tutto il mondo. ALTrove, dal 2014, tenta una ridefinizione del “qui” attraverso le opere. Questo nome nasconde anche un’altra intenzione, non meno folle: «Abbiamo deciso di fare una cosa a Catanzaro come se fosse Parigi. Questo era l’obiettivo. Altrove è un concetto che porta con sé l’idea che tu debba per forza andare Altrove per trovare quello che stai cercando, quando invece questo Altrove è una cosa che qualcuno avrà costruito».

Uno dei risultati maggiori di questi due 30enni calabresi è stato portare l’artista spagnolo Gonzalo Borondo a Catanzaro dal 20 al 22 luglio 2017 per realizzare sulle vetrate del complesso monumentale San Giovanni un’opera composta da 73 figure che hanno cambiato l’immagine del paesaggio urbano catanzarese. La progettazione ha richiesto mesi e ci sono voluti due anni prima che il team di ALTrove potesse coinvolgere un’artista come Borondo. Tra gli altri nomi di rilievo di cono Jorge Pomar, un’artista di strada argentino, 108, un gigante dell’arte contemporanea, e 2501.

Il problema più grande per questo gruppo sono le difficoltà legate alla programmazione, ogni anno le date della manifestazione cambiano e spesso l’ufficialità arriva a pochi mesi dall’evento. L’edizione 2018 si terrà tra l’8 e il 9 agosto e i vicoli saranno di nuovo invasi dagli “stranieri”. Il secondo ostacolo è stata la diffidenza. «In piccolo centro di provincia le persone hanno un atteggiamento quasi di protezione rispetto al posto in cui abitano. Bisogna riabituare i cittadini al fatto di vivere una città viva. È necessario spiegargli che festival non è sinonimo della discesa dei barbari, non si tratta di un’invasione».

Lo stesso problema è stato incontrato da Giulio Vita e dalle sue scimmie. Dal 2013 un team di 10 persone, fiancheggiato da una ventina di volontari, regala ad Amantea, dal 7 all’11 agosto, un festival internazionale di cortometraggi, la guarimba. Il nome di questa manifestazione richiama il posto sicuro di ciascuno di noi, le proprie radici. Giulio è un trentenne calabro-venezuelano che nella riscoperta delle sue origini ha trovato anche la sua ispirazione. Ha restituito il cinema alle gente riportando la gente al cinema. E lo ha fatto in una piccola cittadina sul litorale tirrenico cosentino, un paese di meno di 15 mila abitanti in cui l’ultimo cinema aveva ormai chiuso i battenti da anni.

I guarimberos ogni anno spingono le persone ad entrare in contatto con i registi che arrivano da tutto il mondo. Le opere vengono selezionate con cura tra centinaia di proposte. La giuria guidata dal candidato all’Oscar, Nacho Vigalondo, è implacabile. Il festival ha portato in tour la sua esperienza in altri eventi a New York , Chicago, San Francisco, New Orleans , Ismailia (Egitto), Stepanavan (Armenia), Nicosia (Cipro), Málaga, Barcellona, Madrid, Formentera, Clermont-Ferrand (Francia). Ha portato integrazione. Ogni anno 30 illustratori di tutto il mondo realizzano le locandine della Guarimba. Si è creato uno scambio tra questo progetto e i giovani creativi.

L’associazione ha anche organizzato una biblioteca per i migranti del programma Sprar ospitati in città. Sono nati corsi di danza africana. Un programma per il cinema dei migranti. I giorni della manifestazioni sono sperimentazione, incontro e conoscenza.

Sì, ma non è tutto rose e fiori. Ci sono anche stati molti problemi in questi anni? «Certo, le comunicazioni con le istituzioni non sono sempre state semplici. La burocrazia poi è la nostra peggior nemica. Ci sono poi i disagi come la mancanza di acqua dalle nove di sera che come ricadono sulla comunità influenzano anche noi. E poi la diffidenza verso il nuovo, il diverso», racconta Giulio. I guarimberi non sono un caso isolato, a poche centinaia di chilometri da Amantea, a Lamezia Terme, è nato il Color Fest un appuntamento dedicato alla musica e all’arte indipendente, promosso dall’associazione culturale Che cosa sono le Nuvole. (Lo scorso anno invece hanno vinto un bando triennale della Regione e si sono aggiudicati un finanziamento da 150 mila euro in 3 anni. Prossime date 4 e 5 agosto).

Un monnezzaro canta «Il derubato che sorride/ruba qualcosa al ladro/ma il derubato che piange/ruba qualcosa a se stesso», mentre getta le marionetta di Otello (Ninetto Davoli) e Jago (Totò) nella spazzatura. «E che so’ quelle?» dice Otello. E Jago: «Quelle sono… sono le nuvole…», «E che so’ ste nuvole?» risponde Otello. «Mah!» fa Jago «Quanto so’ belle, quanto so’ belle… quanto so’ belle…» afferma Otello. E Jago: «Ah, straziante meravigliosa bellezza del creato». Questa scena fa parte del corto Che cosa sono le Nuvole di Pier Paolo Pasolini. E sono anche un riassunto del perché i ragazzi del Color Fest abbiano organizzato il loro evento a Lamezia:
«Per non piangersi addosso senza aver mai provato a modificare le cose. In fondo la nostra è una terra che facciamo fatica a lasciare in via definitiva. Da qui la decisione di rimanere e riportare le esperienze che ciascuno di noi ha sviluppato in altre città o nazioni». Ecco come Mirko Perri, direttore artistico della manifestazione, spiega la scelta della location.

Mirko & co. hanno creato un evento musicale per potere ascoltare a casa loro, a Lamezia Terme, i loro artisti preferiti. E a chi si chiedeva: «Ma chi verrà in questa città per un festival indie?» hanno risposto coi numeri: nel 2013 ci furono già mille paganti. Lo scorso anno sono arrivati ad avere 6.000 partecipanti in due giorni. Come ogni anno ad inizio agosto (non sono ancora ufficiali le date precise) tutti a ballare nell’Abbazia benedettina, una costruzione dell’undicesimo secolo fatta erigere da Roberto il Guiscardo.

Per realizzare questo festival i primi 4 anni i ragazzi di Che cosa sono le Nuvole si sono autofinanziati, hanno cercato partner e hanno raccolto i 50/60 mila euro necessari. Lo scorso anno invece hanno vinto un bando triennale della Regione è si sono aggiudicati un finanziamento da 120 mila euro l’anno per i prossimi 3 anni.
Quindi fin qui la formula sembra essere: dare un’anima alla manifestazione, attrarre persone che abbiano passione e che in cambio di un’esperienza siano pronti a barattare competenza. Ma soprattutto provare, senza aver paura di avere ambizioni troppo grandi.

Questi progetti alzano il livello, provocano e innescano una sensazione positiva. I movimenti poi si propagano. Se la città si rianima riaprono locali, rinasce la voglia di creare. Non sono queste esperienze che possono produrre Pil, ma mostrano una strada. Un esempio concreto: hanno fatto di più contro lo spopolamento dei piccoli borghi eventi come il Cleto Festival che le politiche e i finanziamenti pubblici. Sulla costa tirrenica esiste questo borgo che conta appena 1200 anime, stava scomparendo come sta accadendo a molti luoghi simili. In cima al piccolo centro si trova un castello di origine normanna e tutt’attorno vigneti e uliveti.

Sette ragazzi mettono su un’associazione e iniziano a creare delle piccole festicciole per le strade del paese. Obiettivo? Recuperare un senso di comunità che vedevano estinguersi e anche per ravvivare le proprie serate. Poi mettono sui i primi eventini musicali, un progettino di teatro. Nel 2011 si autofinanziano, “6 mila euro, ma per noi all’epoca sembra un capitale”, racconta Ivan Arella tra i fondatori. Oggi il progetto conta più di 80 volontari ed uno degli appuntamenti dell’estate tirrenica. Nei 3 giorni del festival, dal 19 al 21 agosto, le vie del borgo sono piene di ragazzi che arrivano per assistere agli spettacoli di 30 artisti, tra musicisti, attori e fotografi. Ci sono poi gli incontri culturali, letterari e mostre che si susseguono la mattina e il pomeriggio.

La voglia era di ridare un senso al borgo e lo hanno fatto mettendo in sicurezza strutture e abitazioni, approfittando della naturale bellezza delle stradine e dei vicolini del borgo. Anche se il risultato più grande sono state le saracinesche di alcune attività aperte dai giovani del posto e la scelta di ristrutturare le abitazioni e di andare a vivere nel borgo fatta da altri. C’è stata una presa di coscienza e la volontà di investire su un territorio che altri davano per spacciato. Come dal 2004 fanno Massimiliano Capalbo e Giovanni Leonardi, che con il loro Orme nel Parco si sono riappropriati di uno spazio per molto tempo usato solo per grigliate e pasquette. La montagna calabrese è stata a lungo ignorata, ma forse grazie a questo atteggiamento è stata anche preservata dalla speculazione selvaggia. Questi due ragazzi si sono quindi inventati il primo parco avventura nella Sila Piccola.

In un paese di poco più di 1000 abitanti a Zagarise nel 2008 sono riusciti a trasformare la loro passione per la montagna in un’impresa. Fu subito un successo, il primo anno registrammo 9 mila presenze che diventarono 130 mila in 9 anni e quest’anno festeggeranno il decennale. “All’inizio tutti ci guardavano come un corpo estraneo. Si chiedevano tutti da dove arrivassimo. Perché due che non avevano nessun legame con Zagarise si interessavano alle loro montagne. Stupiva il fatto che non avessimo fatto accordi politici o che non usassimo finanziamenti pubblici, ma soprattutto che non stessimo speculando”. Per realizzare il parco i problemi non sono mancati. Non c’era corrente, non c’era luce, era un posto dove non c’era niente e su cui nessuno avrebbe scommesso niente.
Poi però qualcuno deve essersi accorto del potenziale economico del progetto. Le altre esperienze non hanno subito danneggiamenti ed ostacoli, forse se ne è sottovalutata la portata innovativa. Gli esempi spesso sono la prima spinta verso il cambiamento.

Nel caso del Parco avventura invece si è vista una possibilità di guadagno ed infatti Massimiliano e Giovanni hanno subito un incendio quest’anno. Il fuoco ha distrutto il punto ristoro del parco per un danno di 150 mila euro. Non è ancora dato sapere se si sia trattato di un incendio doloso o meno. È nel modo di reagire che questi due ragazzi dimostrano un distacco rispetto al passato. Le difficoltà non devono essere un alibi per non fare le cose, per recitare il ruolo di vittima. «Abbiamo sempre saputo che ci stavamo assumendo dei rischi di vario genere, li abbiamo messi in conto e fanno parte della nostra missione».

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