Francesco Bianconi parla del nuovo album, il secondo volume de L’amore e la violenza. «Niente love song, cerchiamo di raccontare le relazioni interpersonali vere, in cui ci sono due soggetti in gioco»

A un anno di distanza da L’amore e la violenza, cui ha fatto seguito un tour da tutto esaurito, la band toscana capeggiata da Francesco Bianconi torna con la parte seconda dell’album, concentrandosi, stavolta, sull’amore. Durante il recente tour, il cantautore, affiancato dagli ottimi colleghi Rachele Bastreghi e Claudio Brasini, ha sperimentato nuove atmosfere sonore, per un progetto in cui la musica elettronica la fa da padrona. «Mentre eravamo in tournée – racconta Bianconi – ci siamo messi, come mai prima, a fare due cose contemporaneamente: i concerti e un disco nuovo. In genere tra un nostro disco e l’altro passano quattro anni, evidentemente stavolta gli argomenti che avevamo messo sul tavolo con il primo volume, diciamo, erano finiti e, quindi, ci siamo trovati a scrivere, nel giro di poco tempo, delle canzoni nuove». E proprio offrendo al pubblico il pezzo “culto” “Veronica n. 2”, brano che anticipa l’uscita, il prossimo 23 marzo, di questo secondo tempo: L’amore e la violenza vol. 2 – Dodici nuovi pezzi facili, i Baustelle saranno in concerto, in tutta Italia, dal mese di aprile.

Nel primo volume, raccontavate l’amore in tempi di guerra e storie di un’era bellicosa e senza scampo che spera, appunto, nell’amore. Con questa seconda parte, lo avete trovato?
Diciamo che questa è stata una sfida. Va molto di moda, nella musica leggera, scrivere solo d’amore e allora ho detto: «Va bene, scriviamo anche noi delle pure love song». Poi si è rivelato un fallimento perché se io scrivo canzoni d’amore, pure mi escono che non sembrano così pure (ride) perché le canzoni che mi piacciono hanno anche rimandi al mondo al di fuori dall’amore. In questo disco, in un modo e in un altro, si parla volutamente solo di relazioni interpersonali.

Come ti piace scriverle?
Chi scrive canzoni ha il dovere di essere portatore di punti di vista insoliti, altrimenti, da ascoltatore, la storia classica, raccontata in maniera classica, non la trovo per niente interessante.

Riprendete, nel brano “Caraibi”, un discorso de Il sussidiario, parlando di un amore giovanile; poi però “Tazebao” è un pezzo costruito intorno a una serie di frasi sentimentali, slogan. Oppure parlate di storie d’amore tormentate, che inevitabilmente finiscono, come in “Jesse James e Billy Kid”.
Per me l’amore è una cosa che va oltre le relazioni interpersonali. In ogni caso ci sono almeno due soggetti in gioco: io e l’altro. L’amore vero è quando io riesco a dimenticarmi di me stesso, stando con l’altro, senza chiedergli nulla in cambio. Questo è il mio modo di vedere, quello che mi piacerebbe che fosse l’amore, che sia tuo figlio o la donna amata.

Nel sottotitolo spunta una citazione della pellicola del 1970 di Bob Rafelson Cinque pezzi facili. Lì c’è l’analisi dell’inquietudine, dello scontento, voi invece proponete un riscatto, una soluzione?
Non sempre. L’amore può essere inquietudine, talvolta persino distruzione. C’è una canzone intitolata “L’amore negativo”, dove negativo non è un giudizio di valore, ma significa che negativo è quasi sempre potenza distruttrice, porta già in sé l’idea della fine. E a volte, l’amore può anche essere la fine di qualcosa.

I riferimenti, le citazioni, sono le più varie, in questo lavoro: dal cinema, prima di tutto, a Federico Fiumani, poi Harry Nilson, ma anche La casa di Asterione di Borges. C’è un filo di pensiero che accomuna questi intellettuali?
Non c’è un pensiero culturale univoco, semplicemente quando scrivo canzoni non riesco a non utilizzare anologie, similitudini, accostamenti, perché le canzoni che mi piacciono, anche d’amore, ne parlano utilizzando un lessico complesso, che non si ferma alla parola “cuore”.

Il tour di questo secondo capitolo non vi vedrà, stavolta, nei teatri, ma in altre, diverse situazioni. Dove incontrerete il vostro pubblico.
Abbiamo deciso, volutamente, di fare dei concerti nei club, invece che nei teatri (come abbiamo fatto l’anno scorso) dove il pubblico deve stare seduto. C’è una profonda differenza. Lo scorso anno speravamo che a un certo punto del concerto, la gente si alzasse in piedi; stavolta, partiamo che siamo già tutti in piedi e… magari qualcuno si metterà seduto. Sto scherzando, ma sarà una cosa un po’ più classicamente rock.

Oggi che tempi stiamo vivendo di amore o di violenza?
Un tempo in cui sono presenti entrambi questi aspetti. Soprattutto, l’amore c’è. Purtroppo, troppo spesso, nasconde un elemento di violenza.

Quanto al quadro socio-politico che ci troviamo a fronteggiare, se valutiamo l’esito di queste elezioni, potrebbe uscirne un governo di destra?
Sì e sarebbe bello dire che l’amore ci salverà, ma quale amore sarà quello che ci permetterà di uscire da questo tunnel? Se l’amore è quello del rinunciare al mio ego per darmi all’altro, è probabile. Serve una forma d’amore nuova, non da rotocalco.

Potremmo cominciare , intanto, aprendoci a chi arriva da terre lontane, ai migranti, che oggi in Italia trovano politiche di respingimenti?
Sarebbe un buon modo di mettere in pratica l’idea dell’abbandono di una prospettiva individualistica, concentrata solo su noi stessi. Credo che in questi tempi miseri ci rimanga poco altro, non abbiamo più uno straccio di idea.

L’intervista di Alessandra Grimaldi a Francesco Bianconi è tratta da Left n. 11 del 16 marzo 2018


SOMMARIO ACQUISTA