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«Il mio nome è Api. Sono arrivato all’una di notte, ho trovato già quindici persone qui, prima di me. Ho dormito qui, ho incontrato tante persone qui… che vengono da una, due settimane o più. Vengono ogni giorno, ogni sera, dormono qui, fanno un fuoco. Questo perché la questura prende solo dieci, a volte dodici persone. Questo è molto brutto. È brutto specialmente perché la questura non dà a chi dorme qui neanche l’acqua. Non danno loro niente. Ed è certo che sanno bene che loro hanno dormito qui».

Api è uno dei tanti richiedenti asilo che, fra cartoni per passare la notte e fuochi per riscaldarsi, arrivano la sera davanti alla questura di via Patini a Roma. Con la speranza, prima ancora che di vedersi riconosciuto un diritto fondamentale come quello d’asilo, di potervi quantomeno accedere, la mattina successiva.

Sì, perché, oltre a non essere previsto un sistema di prenotazione o di regolamentazione della fila, vengono accolte, in prima istanza, non più di venti domande al giorno. E, siccome poi le donne hanno la precedenza, se ne entrano quindici va da sé che potranno presentare domanda solo cinque uomini. Gli altri, regolarmente respinti, andranno a ingrossare le file di quell’umanità disperata, perseguitata dalla lentezza e opacità della burocrazia e da procedure che, oltre a violare la dignità umana, non rispettano nemmeno i diritti garantiti dalla normativa nazionale e internazionale.

Per esempio, il decreto legislativo 25 del 2008, e successivamente il 142 del 2015, non prescrivono nessuna formalità sulla comunicazione del domicilio all’atto della domanda. E invece succede, non di rado, che nel caso della domanda di protezione internazionale, l’ufficio Immigrazione della questura romana neghi ai migranti la richiesta in assenza di un’abitazione stabile. Applicando una prassi del tutto illegittima: cioè, non basta esibire un’autocertificazione del richiedente recante l’indirizzo presso il quale intenda fissare il proprio domicilio, occorre possedere (e mostrare) o la cosiddetta “cessione di fabbricato” dichiarata da un privato o la “dichiarazione di ospitalità” certificata dal centro di accoglienza in cui sono accolti. Tenuto conto che buona parte dei richiedenti è fuori dai circuiti di accoglienza, l’ostacolo diventa insuperabile.

Dunque, negato l’accesso concreto agli uffici, ostacolato dal numero ridotto di istanze ammesse giornalmente, a limitare ingiustificatamente il diritto a chiedere protezione c’è pure la richiesta del passaporto: se si considera che la maggior parte dei soggetti intenzionati a richiedere asilo non ne ha mai posseduto uno oppure non è stato in grado di portarlo con sé al momento della fuga o gli è stato rubato durante una delle tappe del viaggio, questo atteggiamento della questura li costringe a rimanere nel limbo dell’irregolarità. Spingendo spesso alla decisione di rinunciare all’esercizio del proprio diritto a richiedere la protezione internazionale o il rinnovo del documento di soggiorno.

«Non ho il passaporto perché l’ho perso. Quando sono venuto qui l’agente mi ha chiesto “dove è il tuo passaporto?”. Io gli ho detto che l’avevo perso e lui mi ha risposto “vai fuori”. Io ho la denuncia della polizia, ho documentato lo smarrimento. Sono venuto qui prima, già sei volte. Cosa posso fare? Non lo so…», dice un richiedente asilo, sulle note di Ennio Morricone, nel video Questura aperta, realizzato da Baobab Experience e dalla Rete legale di supporto ai migranti in transito, durante due giornate di vigilanza e monitoraggio fuori dalla questura di via Patini. Dove, insieme a tanti Api, aspettava (inutilmente) il suo turno. E dove ritornerà. Forse.

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