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Da tempo c’è chi va dicendo in giro che la classe operaia è morta e quel che ne rimane sta scomparendo. Forse non hanno granché torto a leggere quotidianamente i numeri sulle morti sul lavoro: sono tutti operai, del porto, della logistica, della chimica, delle aziende per mangimi. Una lenta morte collettiva, fulminante a livello individuale. Ma di fronte a una strage silenziosa e quotidiana, il cinismo non aiuta la storia. E forse non è neppure il caso di parlare di numeri, sebbene siano esorbitanti, così da evitare il rischio di assuefazione o nel peggiore dei casi di non sentire la stessa violenza anche quando e se questa strage silenziosa dovesse ridursi.

La sicurezza nei luoghi di lavoro è un “non tema” nel dibattito pubblico, politico ed istituzionale in Italia. A livello politico istituzionale se ne discute solo nelle formali note di cordoglio dopo l’ennesima morte che acquista la propria dignità solo quando per qualche ora se ne ritrova notizia sulla homepage dei grandi quotidiani nazionali. Molto più di frequente però, i morti, caduti sul lavoro, si ritrovano solo nelle pagine interne di qualche edizione locale. Operai morti le cui storie non vengono mai raccontate, dove il come e perché è spesso affidato alla voce di chi, solo dopo, si presenta in quei luoghi a decretare cause ed effetti. Dichiarazioni spesso sbrigative per non ledere l’immagine delle aziende coinvolte. Inchieste che si chiudono in 48 ore per evitare che il mostro burocratico-giudiziario pesi sui profitti d’impresa.

Ed è da qui che tocca ripartire per…

L’analisi di Marta Fana prosegue su Left in edicola


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