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I manuali scolastici di storia del dopoguerra hanno continuato senza sosta a costruire un’identità nazionale, seppur sulle macerie della Seconda guerra mondiale. Spesso lo hanno fatto glorificando le atroci campagne dell’esercito italiano in Africa, ponendosi in una prospettiva del tutto italocentrica. Significativa questa frase da Storia e civiltà (Petrini, 1950) di Franco Landogna: «Era evidente dunque l’interesse (per la Libia ndr), e date le condizioni di barbarie, di miseria e di oppressione dell’elemento indigeno arabo cui il governo turco teneva quelle regioni, il diritto dell’Italia ad impadronirsene, per portarvi una più alta e alacre civiltà».

Solo negli anni 90, quindi in tempi relativamente recenti, il ritratto stereotipato del colonialismo è parzialmente venuto meno. Questo processo di “smemoratezza” collettiva ha lasciato tracce nel razzismo di oggi e in alcune forme di fascismo istituzionale. Ma le criticità dei manuali riguardano tutte le epoche storiche. Con le dovute eccezioni, dalla storia antica a quella contemporanea, i testi in uso nelle scuole italiane risultano monchi, superati ed eurocentrici. Quella di Cristoforo Colombo può essere definita ancora “scoperta”? Le missioni gesuite in Sud America sono state “civilizzatrici”? Che fine ha fatto la storia dell’Africa, dell’Asia, del Centro e del Sud America? Perché si parla di Islam solo nei box che titolano “terrorismo”? E perché si omettono le conseguenze dell’“italianizzazione fascista” in Istria e Dalmazia?

Per non parlare poi dei…

L’articolo di Maria Panariello prosegue su Left in edicola


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