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Conoscevano tutti Marie Colvin: una reporter leggendaria. Ha passato la vita a raccontare l’orrore delle guerre, fino all’ultima in cui ha perso la vita. All’alba del conflitto in Siria è morta ad Homs nel 2012 durante un bombardamento, insieme al fotoreporter francese Remi Ochlik, mentre scappavano da un press center durante un’offensiva. A distanza di sei anni la sorella Cathleen chiede giustizia e ha intrapreso una causa civile presso la corte distrettuale di Washington.
L’inviata di guerra del Sunday Times «è stata uccisa dalle forze del regime di Assad, in un’operazione che aveva un target: silenziare i giornalisti, secondo quanto riferito nella testimonianza di un membro dell’intelligence siriana», scrive il suo giornale.

Tutto questo emerge dalle prove dettagliate sul coinvolgimento del regime siriano nella morte della reporter fornite dalla sorella, aiutata da un’organizzazione per i diritti umani di San Francisco. Cathleen Colvin ha un obiettivo: rendere il governo siriano ufficialmente responsabile della morte della giornalista, vero bersaglio, sei anni fa, di quelle bombe che caddero su Homs al press center.

«Marie sapeva che rischi stava affrontando, ma aveva deciso di assumerli, le persone volevano raccontare le loro storie, e Marie li ascoltava. Per questo per me è così importante rendere queste prove pubbliche» ha detto Cathleen. «Mia sorella è stata morta per aver denunciato la brutalità del regime, ma il suo lavoro vive ancora. Cerchiamo giustizia per lei e per le migliaia di vittime siriane, speriamo che il nostro caso aiuti la comunità internazionale ad assicurare alla giustizia i criminali di questa guerra».

Nel 2012 gli ufficiali siriani fecero festa per celebrare il successo della missione e la morte della giornalista americana, ha rivelato un disertore dei servizi segreti. Le parole del generale Rafiq Shahadah durante l’assedio della città furono queste, secondo la testimonianza riportata dai giornali: «Marie Colvin era un cane e ora è morta. Che gli americani la aiutino adesso». La fine dei suoi giorni e dei suoi reportage è stata premeditata, ci sarebbero duecento documenti governativi portati fuori dal Paese a provarlo e il racconto di “Ulisse”, nome in codice del disertore dei servizi segreti siriani.

Mentre in Siria continua la guerra, il volto di Marie Colvin, capelli biondi, il suo unico occhio verde e la sua benda da pirata, è tornato sulla prima pagina del suo quotidiano dove ha scritto, dal 1985 fino alla morte, delle guerre d’Africa e Medio Oriente: dalla Cecenia, Kosovo, Sierra Leone, Zimbabwe, Timor est, – dove nel 1999, rifiutandosi di lasciare un compound sotto fuoco dell’esercito indonesiano, riuscì a salvare la vita di 1500 donne e bambini- e Sri Lanka, dove perse il suo occhio destro per un missile. La Siria è stata la sua ultima guerra.

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