Intimidazioni, discriminazioni attraverso il “bonus merito” e provvedimenti disciplinari. La Buona scuola, con il preside “capo d’azienda”, rende difficile la vita degli insegnanti. Che sono sempre più precari e sfruttati

Piange di rabbia, Francesca. Nonostante siano passati ormai otto mesi, lo sconforto resta immutato. Dopo aver dedicato una vita intera all’arte e al suo insegnamento, dopo aver vagato per anni nelle scuole del tarantino vittima di un asfissiante precariato, ritrovarsi oggi a essere inserita come insegnante di sostegno lascia senza parole. «Me l’hanno comunicato qualche settimana prima dell’inizio dell’anno scolastico – racconta – senza che avessi alcuna formazione nel sostegno. L’unica preparazione che hanno dato, a me e a chi era nella mia stessa condizione, è stato un corso di aggiornamento. Come se per prendersi cura dei ragazzi più difficoltosi bastasse questo».

Adele, invece, insegna a Frosinone. Qualche mese fa, lascia un commento critico su un blog contro la riforma scolastica del governo Renzi. Una sua collega lo stampa e lo consegna alla dirigente scolastica, che sospende per alcuni giorni Adele. La vicenda viene denunciata anche in un’interrogazione parlamentare. Il ministro Valeria Fedeli però ha preferito non rispondere. A Carpi, invece, protagonista è uno studente. La sua colpa? Quella di aver usato in un post su Facebook parole perplesse rispetto all’alternanza scuola-lavoro per la quale stava svolgendo uno stage presso un’azienda. La risposta è stata un sei in condotta.

Facce diverse di una stessa medaglia, quella della Buona scuola. «Prima di Renzi uno studente non sarebbe mai stato punito per un commento su Facebook», spiega il segretario dell’Unicobas, Stefano D’Errico. «Ma è anche vero che la legge 107 chiude un ciclo. Renzi ha portato a termine un percorso trentennale di distruzione sistematica della scuola, operato sia dal centrodestra che dal centrosinistra». Nel 1993, ricorda D’Errico, con la cosiddetta «privatizzazione del pubblico impiego», l’allora governo Amato definisce il dirigente scolastico «datore di lavoro». Il primo passo verso l’aziendalizzazione della scuola. «Da decenni – spiega Francesco Sinopoli, segretario generale della Flc Cgil – il principio che si segue è che un mercato senza regole governi tutto, in un’ottica profondamente neoliberista. E Renzi ha confermato questo piano ideologico». Il risultato è stato un fallimento su larga scala, con una precarizzazione sempre più diffusa e una mancanza di democrazia interna.
Eppure, come spiega Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda, «uno degli obiettivi era quello di ridurre il precariato». Ma, invece di…

L’inchiesta di Carmine Gazzanni prosegue su Left in edicola


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