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«A volte», ha detto il colonnello Samih Omar al New York Times, «mi sembra che questo sia il confine meridionale dell’Unione Europea». Invece è il percorso rovente verso la Libia, il porto d’Africa per raggiungere l’Europa. È terra di Sudan, duemila miglia che i migranti attraversano sperando di raggiungere il Mediterraneo e poi l’Europa. È dove opera la pattuglia del colonnello Omar per impedire che i richiedenti d’asilo salpino verso le coste europee.

Le sue Rsf le Rapid support forces, hanno appena arrestato 66 migranti in arrivo dal Nord del Darfur, in un’operazione congiunta con i Niss, servizi segreti e d’intelligence nazionali: 37 degli uomini in fuga erano sudanesi, 26 erano etiopi. Il Sudan è il Paese di transito soprattutto per chi scappa da Eritrea e Etiopia.

Tra Europa e Sudan «la relazione è opaca per mutuo aiuto reciproco: gli europei vogliono i confini chiusi, i sudanesi vogliono porre fine ad anni di isolamento dall’Ovest e all’embargo» contro il governo di al Bashir, accusato dalle Ong di violare tutti i diritti umani possibili, scrive ancora il NYT. Per soffocare la migrazione, l’Europa farebbe ricorso alle truppe di questa temuta polizia segreta.
Anche Human Rights Watch sottolinea come nonostante le denunce di abusi, gli Stati Uniti e l’Unione europea sostengano il governo sudanese in materia di antiterrorismo e controllo delle migrazioni.

Tutto questo in qualche modo è il risultato del processo di Khartoum, arena di conferenze internazionali sul tema della migrazione, svoltesi tra ufficiali europei ed africani. Tra quelli africani, c’erano i sudanesi. Il processo è iniziato nel 2014, ufficialmente per “migliorare i diritti umani” nel corno d’Africa. Anche se nessun fondo europeo è stato stanziato per il governo del Paese, o arrivato direttamente ed ufficialmente per arginare la partenza dei richiedenti asilo, – come è accaduto in Turchia e Libia -, 130 milioni sono arrivati ad agenzie e organizzazioni umanitarie nel territorio di al Bashir, per finanziare programmi d’aiuto per migranti, ma anche per formare ufficiali.

Mohamed Hamdan, un comandante delle Rsf, ha detto durante una cerimonia nella capitale Karthoum che i suoi soldati «fanno il lavoro che dovrebbe fare l’Ue. Ecco perché dovrebbero riconoscere i nostri sforzi, supportarci perché abbiamo perso molti uomini, e molti soldi. Altrimenti cambieremo idea e smetteremo di svolgere questo compito». Il comandante vuole “una compensazione europea”, cioè soldi, per continuare a dispiegare soldati-guardiani al confine libico, e per impedire che i migranti raggiungano il mare. Le sue truppe sono nate dalle milizie “janjaweed” implicate nei crimini di guerra commessi in Darfur durante la guerra, oggi sono invece accusate di torturare i migranti in transito e sono conosciute soprattutto per la loro brutalità.

Le relazioni tra blocco europeo e sudanese evolvono, questo implica «la riabilitazione dell’apparato di sicurezza sudanese, i cui leader sono accusati dalle Nazioni Unite di crimini di guerra in Darfur. Non c’è uno scambio diretto di denaro», dice Suliman Baldo, autore del report “Border control from Hell”, che parla della partnership sulla migrazione tra Europa e Sudan, ma «l’Ue, in pratica, legittima l’abuso della forza» delle milizie.

Questi accordi stretti con uno dei Paesi dove i diritti umani sono violati ogni giorno è «un patto col diavolo» e «la storia insegna che non va mai a buon fine». Lo ha detto Mukesh Kapila, ex coordinatore Onu per il Sudan al Guardian. «Lo abbiamo già visto molte volte, dobbiamo impegnarci con la società civile, non andare a letto con al Bashir».

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