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Estrema periferia di Roma. Tor Cervara. In via Vannina, una stradina sterrata alle spalle di via Tiburtina, fra compro oro e sale con slot machine, si è svolto, il 21 marzo, l’ultimo sgombero di un ghetto che, dal 2014, ha costituito riparo per tanti migranti invisibili alle istituzioni. Ma chiaramente ingombranti tanto che le forze dell’ordine, secondo quanto riportano le associazioni (che hanno supportato gli ex occupanti) nel report Uscire dal ghetto, hanno effettuato le operazioni con modalità non conformi alle prescrizioni. Senza alcun preavviso e senza la presenza della Sala operativa sociale. E, soprattutto, senza delineare una soluzione alternativa, limitandosi a una risposta esclusivamente repressiva.

E, perciò, costringendo gli ex occupanti, circa ottanta, a trovare rifugio in un enorme e vuoto capannone industriale in via Tiburtina 1040, sede dismessa della ‘Fabbrica della penicillina’, già abitata da altre cinquecento persone. In condizioni igieniche e sanitarie indegne e, se possibile, peggiori di quelle dello stabile di via Vannina: presenza di amianto, residui chimici e di rifiuti speciali abbandonati, infestazioni di ratti e carenza di ogni qualsivoglia servizio. Le procedure non sarebbero in linea con quanto dispone l’articolo 11 della legge numero 48 del 2017 che, nel dettare disposizioni in materia di occupazioni arbitrarie di immobili, tutela «la salvaguardia dei livelli assistenziali che devono essere, in ogni caso, garantiti agli aventi diritto dalle Regioni e dagli enti locali». E questo tenendo in giusta considerazione sia i diritti dei proprietari sia quelli degli occupanti che, per la loro conclamata vulnerabilità, debbono, però, essere ritenuti prioritari.

Anche perché, come sostiene il report, l’obbligo di vivere in condizioni disumane è da ricercarsi nelle inefficienze del sistema di accoglienza istituzionale, nelle pratiche difformi della questura di Roma e nelle difficoltà concernenti l’ottenimento della residenza. Concretamente, molti degli abitanti di via Vannina hanno terminato il loro percorso di accoglienza senza risorse per poter proseguire in autonomia il loro radicamento nella società italiana: disomogeneità delle esperienze, poca attenzione all’insegnamento della lingua italiana e carenza di attività volte all’inserimento lavorativo hanno generato situazioni di marginalità estrema.

Una marginalità che prospera, anche, per l’impossibilità di esercitare fondamentali diritti, in assenza di un indirizzo di residenza, per ottenere il quale è necessario un permesso di soggiorno, rilasciato solo a fronte del soddisfacimento di richieste pretestuose e, il più delle volte, irrealizzabili. Obbligando la gran parte dei migranti, quindi, a rinunciare alla possibilità di poter beneficiare legittimamente delle cure, in maniera strutturale, a spese dello Stato, dei servizi sociali, della registrazione presso i centri per l’impiego e di poter partecipare all’assegnazione degli alloggi di residenza pubblica.

Nel frattempo, in quella struttura, a dir poco, fatiscente tanti (troppi) immigrati – dal Congo, dal Gambia, dal Ghana, dalla Guinea, dalla Nigeria, dal Senegal, dalla Sierra Leone e dal Togo – ci vivevano, costretti a mettere da parte la loro dignità di esseri umani, in nome della «presunta sicurezza e del decoro urbano», si legge nel report redatto, a bilancio delle attività, dalle associazioni – Medu, Alterego-Fabbrica dei diritti, BeFree, Intersos, A buon diritto e Wilpf – presenti nell’edificio.

Tra i 92 e 111, gli ex occupanti di via Vannina erano per la maggior parte uomini fra i 18 e i 30 anni, e 5 donne, in alcuni casi, sospette vittime di tratta ai fini dello sfruttamento della prostituzione. Tanti richiedenti asilo, alcuni “ricorrenti” (la cui domanda di protezione è stata negata e che hanno presentato ricorso), extracomunitari con decreto di espulsione, con problemi di rilievo penale o destinatari di una pena detentiva ma sospesa, titolari di permesso di soggiorno con problemi per il rinnovo e migranti che chiedono accesso al programma di rimpatrio volontario: tutti in condizioni di forte isolamento.

Che li ha obbligati a trascurare la propria situazione psico-fisica per dare la priorità alla ricerca di lavori, seppure in nero e in stato di grave sfruttamento, pur di trarre l’indispensabile al proprio sostentamento. E, però, sviluppando, a causa della mancanza di prevenzione (oltre che per le condizioni di scarsa igiene e di cattiva alimentazione), disturbi e patologie nonché dipendenza da alcol o sostanze stupefacenti. E se non fosse stato avanzato il requisito della residenza, tanti di loro, qualificati e con una rilevante formazione scolastica, non si ritroverebbero nelle condizioni insostenibili in cui versano.

Agricoltori, commessi, meccanici, saldatori, lavapiatti, cuochi, pittori, magazzinieri, operai edili, elettricisti, camerieri, musicisti, bigliettai, tecnici elettronici, camerieri, musicisti, bigliettai, addetti alla sicurezza e alle pulizie, commercianti, barbieri, ingegneri meccanici, benzinai, grafici, cassieri, corrieri e giardinieri hanno (quasi) perso la speranza di trovare un impiego regolare. E non solo.

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