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“Adesso le parole sono state dette tutte e per qualche motivo la sensazione non era ancora quella giusta, e abbiamo continuato tutta la notte ripercorrendo i nostri passi fin dall’inizio, fino a quando sono svaniti nell’aria, cercando di capire come le nostre vite ci abbiano condotto fin qui. Guardandoti dritta negli occhi non vedevo nessun volto conosciuto..che vuota sorpresa sentirsi così soli..Ora alcune parole mi vengono facili ma so che non significano nulla paragonate alle cose che si dicono quando due amanti si toccano. Non hai mai saputo cosa ho amato di te e io non so cosa tu hai amato di me. Forse il ritratto di qualcuno che speravi io fossi..Di nuovo sveglio, non posso fingere e so di essere solo e vicino alla fine dei sentimenti che conoscevamo. Per quanto tempo ho dormito? Per quanto mi sono trascinato da solo nella notte? Per quanto ho sognato che avrei potuto farcela se solo avessi chiuso gli occhi e provato con tutte le mie forze di essere ciò di cui avevi bisogno? Per quanto tempo ho rincorso quel volo mattutino attraverso le promesse sussurrate e il mutare della luce nel letto su cui dormivamo insieme, in ritardo per il cielo…?” (da “Late for the Sky”).
Probabilmente in questa composizione si possono riassumere la poetica, la cifra stilistica e la capacità di “raccontare” gli stati d’animo degli esseri umani di Jackson Browne. Autore, chitarrista, pianista e attivista politico tra i più importanti della musica contemporanea mondiale. La riedizione su vinile di “Late For The Sky” di qualche settimana fa ci dà la possibilità di rileggere alcuni tratti della sua vita artistica e della sua “visione”, che come molti altri autori suoi coetanei, alla fine degli anni ’60 e inizi ’70, si cimentarono nella creazione di pagine da ascrivere a quel diario, quello dei nostri cuori, che ancora oggi , fortunatamente, sembra non aver fine. L’album uscì originariamente nel settembre del 1974. Fu il terzo lavoro solista dell’autore, nato nel 1948 ad Heidelberg, in Germania, e trasferitosi poi con l’intera famiglia nel 1951 definitivamente in California. Malgrado la sua prolificità, l’esordio discografico avvenne con la Asylum di David Geffen solo nel 1972. Al primo album fece seguito quello straordinario “For Everyman” nel 1973, con la hit “Take It Easy” con quella chiara matrice country-rock in voga in quegli anni. Autore “intimista”, con una integrità e coerenza musicale ancora oggi intatte, “brother Jackson” (nomignolo affibbiatogli dagli amici del “giro”) ha spesso dedicato le sue canzoni al mondo degli affetti; votati alla continua ricerca di risposte, riuscendo così a scrivere capolavori indelebili, sospesi tra “ballads” e pezzi rock, viaggi sonori e denunce sociali passando per i vari “post” quali il Vietnam e il flower-power. Ma l’album “Late For The Sky” fu una vera prova di coraggio, in cui l’artista mise a nudo i propri sentimenti. Oggi rimane difficile pensare quanti colleghi siano capaci di raccontarsi e farci entrare nel loro “privato”, se non addirittura nel loro mondo “segreto”. Questo scavare nel profondo che suggerì al regista Martin Scorsese l’inserimento della title-track in una delle scene più toccanti del storia del cinema, contenuta nel suo film “Taxi Driver”, in cui il protagonista, Travis Bickle, interpretato da uno grandissimo Robert De Niro, è immerso nel silenzio, con in mano una pistola, lasciandoci nel dubbio: sta ascoltando le parole della canzone o è perso nelle immagini del televisore davanti a lui? La sua mente è davvero lì? Mai una scena migliore, coadiuvata dal potere evocativo della canzone di Browne, poteva essere creata per trasformare il volto di un essere umano in un capolavoro di solitudine, mentre la tragedia raccontata musicalmente diventava immagine e cornice dell’epilogo dei protagonisti, nel film e nel brano. Una fusione perfetta. “Late For The Sky” è poesia pura: il racconto della fine di una storia d’amore, che pochi altri hanno “realizzato” in questo modo, e che Browne, perseguì nei brani successivi usando toni quasi sempre crepuscolari come accade in “Fountain Of Sorrow”: “Quello che vedevo allora non era affatto quello che stava realmente accadendo, anche se il nostro percorso sembrava crescere. Ma quando guardi attraverso le illusioni dell’amore sta lì il pericolo! E il tuo perfetto amante sembra solo un perfetto pazzo e così corri in cerca di un perfetto sconosciuto, mentre la solitudine sembra esplodere nella tua vita come una fontana da una piscina. Fontana di tristezza, fontana di luce.” Questa sorta di autobiografia giovanile musicale continua con “Farther On”: “Quando ero più giovane ho nascosto le mie lacrime e trascorrevo i miei giorni da solo alla deriva in un oceano di solitudine. I miei sogni gettati come reti per catturare l’amore di cui avevo sentito parlare nei libri, nei film e nelle canzoni.” Discorso che si amplia nelle successive “The Late Show”, la classica “For A Dancer”, dedicata ad un amico scomparso, “The Road and the Sky”, e “Walking Slow”. Ma al di là dei testi, la musica, sempre curata nei dettagli, sottolinea quanto le liriche e gli interventi strumentali siano in completa “consonanza” tra loro. Browne, invitò diversi illustri cantanti tra i quali Don Henley e Dan Fogelberg, ma lasciò libera completamente, in un perfetto equilibrio elettroacustico, l’assoluta maestria di David Lindley (ex chitarrista dei Kaleidoscope). Spesso in contrappunto, con l’uso variegato di chitarre elettriche, viola, lap steel guitar o violino, Lindley fece assumere all’intero album un carattere unico che pervade l’intero lavoro rendendolo immortale. Ma questo disco non contiene solo tristezza e malinconia ma anche luce e speranza, che passano attraverso la consapevolezza di aver vissuto una stagione ricca di sogni e sorrisi e che gli uomini hanno voluto abbattere partendo proprio dalla Natura e dalla distruzione della Terra. E’ uno dei gridi più forti contenuto nel brano finale, “Before The Deluge”, che inaugurò la nuova attitudine di Browne verso la scrittura e l’interesse ai temi sociali. Attenzione che porterà lentamente l’artista ad occuparsi di tematiche scottanti e drammatiche come quelle dei desaparecidos, delle minoranze etniche, della lotta all’uso dell’energia nucleare con il progetto No Nukes ideato nel 1979 assieme a Bonnie Raitt, Graham Nash e John Hall.

Una sorta di racconto dell’Apocalisse infatti è contenuta in “Before The Deluge”, dove ritornano l’immagine dell’acqua e degli altri elementi della natura, in cui i protagonisti, coinvolti nella lotta contro la tempesta, alla fine troveranno rifugio nella musica che ascoltano: “lasciate che la musica innalzi i vostri spiriti, che le case tengano i vostri figli all’asciutto. Lasciate che il creato riveli i propri segreti a poco a poco. Quando la luce che si è persa dentro di noi raggiungerà il cielo.” Una chiusura che si oppone al tono drammatico iniziale e che rende l’album complesso, arricchito anche dalla copertina, ispirata al famoso quadro “L’Empire des Lumiéres” di Magritte. Immagine che vorrebbe apparentemente parlarci dell’eterno dualismo, delle luci e delle ombre della vita, dei conflitti inevitabili, di qualcosa che non potrà mai cambiare, ma che Browne ribalta, aggiungendo all’idea originale del pittore, una automobile, riportando così, ad una dimensione più realistica, il personale significato dell’esistenza umana. Capovolgendo così quella sorta di inquietudine e quelle associazioni ambigue marcatamente presenti nei dipinti di Magritte, che agitano e che paralizzano.

Con l’inserimento della Chevrolet nel quadro, Browne è come se ci prendesse per mano per portarci dentro la casa con quella finestra illuminata. Forse è lì, che si stanno svolgendo, all’interno dell’abitazione, sinonimo del suo “privato”, quelle storie raccontate nelle sue canzoni. E non solo: ci lascia pensare che esistono anche altri colori, oltre il bianco e il nero, oltre la notte e il giorno, mediati dalla luce del lampione, e che nel cammino e nel guardare avanti e quindi nella realizzazione di un movimento “interno”, simboleggiato dall’automobile, si possano superare le difficoltà.
Sono passati quarantaquattro anni e questo disco, dall’alto contenuto romantico e malinconico, continua a farci emozionare. I temi toccati ci incuriosiscono, ci pongono dei quesiti, ci intrigano, perché parlano di dinamiche umane e quindi di poesia. Torneremo ancora parlare di “brother Jackson” più avanti, ad ottobre prossimo per celebrare le sue bellissime settanta primavere. Nel frattempo abiteremo nell’hotel dei cuori spezzati in attesa che alla porta bussi di nuovo quell’amore che avevamo conosciuto, accompagnati da queste melodie. Saremo pronti ad aprirci di nuovo, nudi sotto quella fontana che non sarà di dolore e solitudine ma di gioia. Senza ombre. Con un cielo di sole e con il vento che spazzerà le nuvole, lasciando al brillante azzurro la libertà di dipingere i nostri occhi.

Magritte

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