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Sedevano davanti alla televisione, Manis e Asok, quando la terra ha iniziato a tremare e il soffitto di casa loro è ceduto all’improvviso. Di corsa sono fuggiti per strada per non rimanere intrappolati tra le macerie, mentre le abitazioni tutt’intorno crollavano l’una dopo l’altra. In quel terribile 25 aprile del 2015, il giorno più triste della travagliata storia della giovane repubblica federale del Nepal, un sisma di magnitudo 7.8 spazzava via interi paesi e abbatteva oltre mezzo milione di case, uccidendo 9mila persone. Tre anni dopo, il villaggio di Manis e Asok, Dharmastali, è un cantiere aperto, dove nuove abitazioni in cemento si alternano a rifugi temporanei in lamiera.

Una famiglia di Dharmastali vive ancora in una tenda mentre lavora alla costruzione della nuova casa – foto Nicola Zolin

La maggior parte dei negozi del villaggio ha riaperto sotto forma di baracche sostenute da pali in bambù. Per le strade uomini e donne insieme trasportano rocce, rompono pietre, aiutati dai loro figli di ogni età.

Sunaji studia fuori dalla casa provvisoria dove vive a Dharmastali – foto Nicola Zolin

Prima del sisma, le case in stile tradizionale newari di Dharmastali rappresentavano un vanto per la popolazione, caratteristiche per gli unici intagli in legno e le costruzioni in mattoni rossi, belle come quelle delle città di Patan e di Bhaktapur, gioielli architettonici storici della valle di Kathmandu. Il 25 aprile, il terremoto le ha ridotte in macerie. Il sisma, ampiamente previsto dai geologi internazionali, ha colpito un Paese del tutto impreparato a gestire una calamità di queste dimensioni, dopo oltre vent’anni di instabilità politica…

Il reportage di Nicola Zolin prosegue su Left in edicola


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