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«La ripugnanza che mi provocano i fatti in giudizio si può paragonare solo allo schifo che provo per la maniera in cui si è mossa la giustizia in questo caso. Vergogna!» A sfogarsi, insieme a tutta la Spagna, è il giurista Baltasar Garzón, che durante la sua lunga carriera nella magistratura iberica è stato protagonista di atti come l’arresto di Pinochet, le indagini su Berlusconi, il dittatore Francisco Franco e la corruzione del Partito popolare oggi al potere. La vicenda a cui l’ex giudice si riferisce sta destando in Spagna un’ondata di protesta senza precedenti.

I fatti risalgono a due anni fa. A Pamplona, nel Nord del Paese, si consuma la celebre festa di San Firmino (ai più nota per l’encierro, la famigerata corsa dei tori). Un branco composto da cinque sivigliani, fra i quali anche un militare e un agente di polizia, costringe una diciottenne nell’androne di un palazzo e la violenta ripetutamente. La ragazza viene ritrovata il giorno dopo abbandonata in posizione fetale. Secondo i rapporti, nei video che i cinque stupratori girano e caricano sul loro gruppo Whatsapp la vittima non si dibatte e mantiene un atteggiamento «passivo o neutro», tenendo gli occhi chiusi. Il nome della chat di gruppo, sul quale i cinque si scambiavano messaggi sulle loro “imprese”, era proprio La manada, il branco.

Secondo il giudice Ricardo González, lo stato di devastante prostrazione psicofisica della ragazza durante lo stupro è stato ritenuto invece «passivo» e quindi indicativo del fatto che quanto riferito dagli stupratori, ovvero che lei fosse consenziente, corrisponda al vero. I cinque sono stati quindi riconosciuti colpevoli soltanto di abuso sessuale, in quanto non ci sarebbero state violenza o intimidazione (la legge spagnola opera una distinzione in tal senso). Di conseguenza i cinque “animali” – stiamo parafrasando il nome che si sono dati loro, ossia «il branco», appunto – potrebbero essere liberi nel giro di sei mesi, in quanto incensurati. La Procura spagnola ha già dichiarato l’intenzione di ricorrere contro la sentenza. Nel frattempo, ha quasi raggiunto il milione e mezzo milione di firme la petizione su change.org per destituire i giudici responsabili. L’hashtag della vicenda sui social network, #YoSìTeCreo («io ti credo») è indicativo: c’è forse bisogno di dirlo che questa è una storia vera, che questa ragazza è stata stuprata, che non mente? Per quanto assurdo possa apparire, sì.

Il quotidiano El Pais, inoltre, riferisce che il ministro della Giustizia spagnolo ha dichiarato che «tutti sanno che questo giudice ha un problema personale», evitando però di rilasciare ulteriori informazioni in merito, e insistendo che si tratterebbe di un problema noto nell’ambiente dei professionisti della giustizia. Una simile affermazione non sorprende. Il giudice González si è reso protagonista di uno dei più orripilanti attacchi all’identità delle donne che si siano mai viste in un Paese, come la Spagna, che proprio in questi ultimi tempi, come dimostra la gestione della questione catalana, sta vivendo una delle sue stagioni più reazionarie. Se da un lato il ministro dell’Istruzione e portavoce del governo di Madrid, Inigo Mendez de Vigo, ha dichiarato che una riforma del Codice penale in tema di violenza sessuale è prioritaria e che la sentenza in questione «non è definitiva», dall’altro le associazioni di magistrati hanno bollato come “sproporzionata” la sollevazione dell’opinione pubblica. Nel lungo cammino per la realizzazione dell’identità femminile l’Italia non è certo da sola, nel cattolico meridione europeo.

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