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Cesare Pavese sarà il primo che, riferendosi allo stile dello scrittore, lo definirà «uno stile dal tono fiabesco» e questo, prima ancora che uscisse la raccolta Fiabe Italiane, nel 1956, in cui Calvino, come egli stesso disse, fece un viaggio durato due anni in un mondo affascinante e sconosciuto. Inoltrandosi in quella materia magmatica e priva di regole compositive, recuperando ogni storia dalle tante raccolte folcloristiche che arricchivano il patrimonio delle biblioteche italiane, si immerse nei racconti nati dalle bocche del popolo: un patrimonio importante, ricco, ma anche ingarbugliato che Calvino ha saputo restituirci attraverso un lavoro di riscrittura e integrazione linguistica.

Nello stesso anno dell’uscita di quell’opera straordinaria che vedrà unite in un unico volume ben duecento fiabe provenienti dalle diverse tradizioni regionali d’Italia, Calvino ha un’ idea: un ragazzo sale su un albero e passando di ramo in ramo decide di vivere lì tra le chiome verdi per tutta la sua vita. Questa immagine gli viene suggerita da un racconto del pittore “dell’arte del movimento”, il poeta ironico delle automobili Salvatore Scarpitta, che anni prima, in una sera del 1950, all’osteria Menghi di via Flaminia a Roma, raccontò a Calvino di quando bambino, nella California degli anni Trenta, dove viveva con la famiglia, si rifiutò di aiutare il padre nelle faccende domestiche e per sfuggire all’ira di questo e a qualche scappellotto, si arrampicò sul grande albero del pepe che si ergeva nella loro proprietà. Il genitore lo lasciò fare credendo ad una birbata da poco conto e invece vi rimase 34 giorni, superando il primato di permanenza sugli alberi e diventando una vera celebrità.

Così Il barone rampante è lo sviluppo radicale di questa idea. Il romanzo inizia così…

 

Dal 6 al 18 maggio, a Pistoia, la mostra Cosimo degli Alberi ispirata all’opera di Calvino

L’articolo di Ilaria Capanna prosegue su Left in edicola


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