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«Nel mondo arabo la vita viene vissuta in maniera collettiva. Lo si vede bene nella letteratura, dove spesso i protagonisti sono gli abitanti di un quartiere o i membri di una stessa famiglia. La guerra civile, come quella in Siria, distrugge questo senso di collettività: la polifonia del vivere insieme». Hamid Sulaiman, disegnatore siriano, ha spiegato così, durante un festival della letteratura in Germania, il motivo principale che lo ha spinto a disegnare e scrivere la storia della sua graphic novel, Freedom Hospital. Una storia siriana appena uscita in Italia per Add editore, grazie alla traduzione di Marco Ponti e con l’introduzione di Cecilia Strada.

Il pregio di Sulaiman, che ha lasciato Damasco nel 2011 seguendo come altri artisti la strada dell’esilio per sfuggire al carcere e alle torture delle autorità, è di aver raccontato la complessità della crisi più grave dal secondo dopoguerra ad oggi incrociando le vite di undici personaggi che rappresentano l’eterogeneità siriana. C’è infatti Yasmine, protagonista principale, che rinuncia al dottorato negli Stati Uniti per aprire un ospedale clandestino in una città senza nome della Siria, il Freedom Hospital. I soldi per finanziare l’attività vengono dai suoi stessi risparmi e le donazioni sono poche perché, denuncia la protagonista, «non abbiamo la barba lunga» alludendo ai fondamentalisti. Poi c’è Fawaz, medico, che cura tutti, perfino un integralista, Abu Qatada, che in un secondo momento prenderà parte allo Stato islamico e perseguiterà proprio chi gli ha salvato la vita, rinnegando il passato. La parabola dell’odio di questo fondamentalista segue quella che nella realtà ha portato molti giovani nelle braccia dei movimenti radicali: l’odio confessionale, i soldi e l’abbandono. C’è la misteriosa figura di Salem che non ricorda nulla del suo passato. In un primo momento questo personaggio sembra rappresentare l’Occidente che dimentica in fretta ogni avvenimento.

Poi, però, si scopre il tragico segreto che ha rubato la memoria a Salem. Infine c’è anche un curdo, Haval, che grazie a un gatto potrebbe…

L’articolo di Shady Hamadi prosegue su Left in edicola


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