Il Saggiatore ripropone, a cura di Franca Ongaro Basaglia, gli Scritti 1953-1980 di Franco Basaglia già pubblicati da Einaudi nel 1981 poco dopo la sua scomparsa. Lo psichiatra veneziano influenzato dalla fenomenologia e dall’esistenzialismo, nel 1961 aveva scoperto la disumanità del manicomio ed era diventato il capofila del movimento di lotta contro gli ospedali psichiatrici sfociato nella legge 180. È un’occasione per chiederci: qual è la situazione della psichiatria territoriale in Italia a quasi quarant’anni dalla morte di Basaglia?

Il 17 settembre 2017 è stato presentato in senato, per iniziativa di Nerina Dirindin e Luigi Manconi il ddl 2850 che vuole dare piena attuazione ai principi della 180. Perché mettere mano alla legge? Le criticità dell’attuale assistenza psichiatrica sono molte. I Dipartimenti di salute mentale (Dsm) presenti nelle Regioni vanno diminuendo di numero, grazie a accorpamenti di più aree territoriali conseguenti a programmi di “razionalizzazione” e di contenimento delle risorse, peraltro già al limite della sufficienza. L’estensione talvolta spropositata del bacino di utenza (in alcune Regioni fino a due milioni di abitanti) crea vere e proprie impossibilità di gestione, tradendo la dimensione della “piccola scala”, uno dei principi basilari della riforma del 1978 e del lavoro territoriale.

Spesso si hanno luoghi di cura degradati, che avrebbero effetti negativi non solo sul benessere del paziente, ma anche sull’operatore che verrebbe demotivato: le strutture, affermano i relatori della legge, devono quindi essere riqualificate dal punto di vista architettonico. Anche Jean Dominique Esquirol quando entrò all’ospedale di Charenton a Parigi nel 1823 riteneva che l’architettura avesse un significato terapeutico. Ma più che le mura, come ha detto un famoso psichiatra, è importante la cura, la teoria e la formazione del medico che la rendono possibile. Alla cura e ai criteri formativi, Basaglia non ha prestato la dovuta attenzione pensando che la deistituzionalizzazione e la lotta al potere medico fosse il passo fondamentale per risolvere ogni “patologia”.

Chiusi i manicomi la malattia mentale è rimasta e l’interrogativo su come affrontarla non ha avuto un’adeguata risposta da chi ha continuato l’opera dello psichiatra veneziano. «Altro problema – spiega Dirindin -, è la necessità di contrastare la pratica della contenzione meccanica del paziente e il bisogno di una migliore gestione dei casi di emergenza-urgenza con il Trattamento sanitario obbligatorio (Tso), cui si ricorre talvolta troppo frequentemente». Si hanno oscillazioni da 6 Tso su 100mila persone a 30 Tso su 100mila persone in altre regioni. Altro punto critico è l’aspetto economico legato alla gestione delle strutture residenziali dove si stima che possono risiedere più di 20mila persone e forse 30mila in uno stato d’inerzia che talora raggiunge i trent’anni. «Così – ha spiegato a Repubblica lo psichiatra Peppe Dell’Acqua -, si rischia di perdere il significato originario e l’obiettivo con cui queste strutture sono state concepite, dato che talvolta queste residenze rischiano di diventare contenitori di emarginazione sociale della disabilità psichica». La realtà manicomiale si ripropone in forme diverse.

La legge 2850 traccia un quadro non molto lusinghiero della situazione attuale e individua, un po’ semplicisticamente, solo mancanza di risorse economiche e incapacità organizzative alla base delle attuali carenze della psichiatria. Bisogna ricordare però che la legge 180 fu una legge di indirizzo, una legge quadro che lasciava alle Regioni i criteri della sua attuazione e non analizzava il problema delle spese e dei finanziamenti. Ciò dette luogo a differenze inevitabili che tutt’ora sussistono fra le varie zone del territorio e determinò, soprattutto all’inizio, gravissime carenze assistenziali in gran parte d’Italia. Il blocco dei nuovi ricoveri, con l’entrata in vigore della 180, lasciò un vuoto che fu sostenuto dalle famiglie con grandi sacrifici e non poche tragedie. Rispetto al problema dei malati cronici la legge sposò la credenza ideologica che la cronicità fosse un mero derivato dell’istituzionalizzazione manicomiale: oggi sappiamo che i casi più gravi di schizofrenia anche quelli che sono curati in modo ottimale possono avere un decorso molto lungo, di molti decenni.

L’altro tema quello del ricovero obbligatorio affrontato dalla senatrice Dirindin rivela un’idea sorprendente: il Tso che è un atto terapeutico dovrebbe essere limitato per legge. è come dire che non si devono fare troppi interventi di appendicite! Ora è chiaro che quando si affronta una crisi psicotica acuta che può sfociare in atti lesivi per sé e per gli altri, è meglio un ricovero in più, se salva una vita, che un paziente in meno. Ciò che decide il medico nell’esercizio della sua professione inoltre è insindacabile da parte del legislatore e del giudice a meno che non si contravvenga alla deontologia o si commettano reati. Ma la difesa a oltranza dei principi della 180 porta a considerare il ricovero e l’Spdc non necessari per la terapia della malattia mentale in quanto legati all’istituzionalizzazione.

Quest’ultima era l’ossessione di Basaglia contrario alla legge 180 (redatta dal democristiano Orsini e approvata dal governo Andreotti), proprio perché lo psichiatra veneziano non voleva reparti psichiatrici negli ospedali generali: lui avrebbe preferito un “network di appartamenti anticrisi”, strutture non medicalizzate, sullo stile delle case famiglia inglesi realizzate da Ronald Laing e finite in un clamoroso fallimento. Con lo psichiatra di origine scozzese, Basaglia dialogò nel suo libro La maggioranza deviante del 1971. Per capire chi fosse veramente Ronald Laing basta leggere la biografia R. D. Laing. A life (2006), del figlio Adrian, fa il ritratto di un uomo devastato dalla depressione e vittima dell’alcolismo come il suo amico David Cooper con cui redasse Reasonand violence (un omaggio alla filosofia sartriana del 1971).

Va detto che la riorganizzazione dei servizi auspicata dalla proposta di legge 2850 non può essere considerata un processo a sé stante. Deve invece essere in relazione non solo con una visione della malattia mentale e del suo trattamento, ma più in generale anche con una antropologia e con una concezione dell’uomo. La legge 180 non va pertanto solo applicata ma va rivista e criticata proprio in virtù dei suoi impliciti assunti ideologici che non possono essere dati per scontati. Quale era la concezione dell’uomo di Basaglia, che avrebbe conferito alla legge che impropriamente porta il suo nome, un carattere rivoluzionario come pensano alcuni? Quella fenomenologico esistenziale di Binswanger e Sartre vicini ad Heidegger che negava la malattia mentale? Quella marxista che annullava l’esistenza della realtà psichica? Oppure un coacervo eclettico alquanto confuso?

La frequentazione di Basaglia con R. D. Laing, potrebbe essere considerata uno scivolone, un episodio marginale. Ma che pensare quando i basagliani rivendicano l’affinità della filosofia di Michel Foucault con le idee e la prassi antipsichiatrica di Gorizia e di Trieste? Non molto tempo fa è stato recensito su Left un pamphlet di Jean-Marc Mandosio dal titolo emblematico Longevità di un’impostura: Michel Foucault (2017), in cui l’autore francese segue il filosofo nelle tortuosità e nelle contraddizioni del suo pensiero che lo portò ad appoggiare la rivoluzione iraniana di Khomeini e a considerare il sadomasochismo una pratica ascetica.

Secondo Mandosio, la sconfortante ammirazione di Foucault per il capo carismatico Khomeini riproduce senza rendersene conto quelle espressioni stereotipate che in altri tempi erano servite per tessere l’elogio di Hitler, Stalin e Mao. Perché una cosa del genere? Perché il filosofo era attratto dall’idea di una fusione mistica fra i religiosi e il popolo nella quale vedeva «la possibilità di introdurre nella vita politica una dimensione spirituale» che avrebbe dovuto agire come un fermento. Ci si chiede come si possa conciliare un approccio marxista o genericamente di sinistra con affermazioni come quelle precedenti.

Ma l’aspetto più controverso del pensiero di Michel Foucault è proprio quello espresso nella sua opera più importante Storia della follia nell’età classica (1961): in essa viene negata la nascita della psichiatria considerata solo una struttura del potere medico e svuotata di significato l’opera di Philippe Pinel e dei primi alienisti che tentarono la cura della malattia mentale con «il trattamento morale». Molti storici e psichiatri come Giovanni Jervis (cfr. La razionalità negata, libro del 2008 scritto con Gilberto Corbellini) considerano le tesi del filosofo francese solo degli slogan a effetto, delle semplificazioni suggestive ma prive di un rigore metodologico e storiografico. Rivendicare la complicità ideologica tra Franco Basaglia e Michel Foucault porta su di un terreno non privo di rischi dal punto di vista della credibilità, anche se gli attuali sostenitori della 180, che ritengono che essa vada attuata ma non modificata, sembrano non rendersene assolutamente conto.

 

L’articolo dello psichiatra Domenico Fargnoli è stato pubblicato su Left n. 43 del 28 ottobre 2017


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