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Che vuol dire fare il giornalista in Messico? Morire. Il coro di denuncia della stampa sudamericana è unanime dopo l’ennesimo omicidio di un reporter avvenuto sei giorni fa. E primo imputato è il governo di Nieto accusato di far poco o nulla per fermare la strage che avviene per mano di cartelli criminali che vedono nei giornalisti un intralcio alle loro lucrose attività illecite. In questo clima rovente, segnato da una profonda crisi di democrazia legata all’attacco frontale al mondo dell’informazione “scomoda”, il Messico si avvia alle elezioni del 1 luglio. Una tornata elettorale che stando ai sondaggi potrebbe riportare la sinistra alla guida del grande Paese centroamericano.
Ma ecco una breve rassegna stampa relativa all’omicidio di Juan Carlos Huerta, fondatore della radio Sin reservas, avvenuto il 15 maggio a un anno esatto da quello di Javier Valdez Cardenas. I colleghi chiedono che sia fatta luce su questa ennesima morte di un reporter. Huerta è il quarto giornalista a morire nel 2018 in Messico. Negli ultimi sei anni 43 reporter hanno perso la vita e dal 1992 le vittime della libertà di stampa sono salite a 134. Cosa ricorderemo di questa data tra un anno? E tra dieci anni? L’edizione messicana di El Pais ha scritto che «il 15 maggio sarà per sempre un fecha negra, giorno nero per il giornalismo messicano».
Gli omicidi di Huerta e quello, un anno prima, di Valdez, sono stati definiti dalle autorità delle vere e proprie esecuzioni. I killer conoscevano benissimo chi stavano colpendo. E che i due giornalisti fossero un simbolo della libertà di stampa è un fatto reale. Valdez nel 2003 aveva fondato Riodoce per raccontare dei crimini dei cartelli di droga, della corruzione dei politici di Sinaloa e nel settembre del 2009 contro gli uffici del quotidiano erano state lanciate granate intimidatorie.
Ma questo ennesimo omicidio che ha per vittima un giornalista, allarga il campo delle polemiche: sotto accusa è l’azione stessa del governo che è troppo blanda contro la criminalità organizzata.
In Messico nel 2017 sono stati registrati 29.168 casi di omicidio, quasi tutti legati al traffico di droga. Secondo gli esperti, nel 2018 si supereranno i 30mila. Nel Paese il 90 per cento dei crimini rimane impunito. «L’impunità continua a incentivare l’azione dei killer» ha detto Jan Albert Hootsen, rappresentante del CPJ, Comitee to protect Journalist. Nell’ultimo report di Reporters without borders, nell’indice di libertà dei media, il Messico è al 147esimo posto; con più di dieci reporter uccisi nel 2017, RSF paragona lo stato del presidente Nieto a quello di Assad. Il Messico è secondo solo alla Siria per il numero di giornalisti uccisi nel 2017.
«Noi continuiamo a chiedere giustizia», ha detto un collega di Valdez, ma dalla sua morte, cioè da un anno, non c’è stata alcuna inversione di tendenza.
Dopo l’assassinio di Huerta, Gerardo Priego, direttore di una Ong che si batte contro i rapimenti, ex candidato al governatorato di Tabacco ed ex membro di una commissione speciale per investigare crimini commessi contro i giornalisti, ha lanciato pesanti accuse: «i criminali fanno il lavoro sporco del governo, è più conveniente per il governo che a silenziare i giornalisti siano i criminali piuttosto che i politici».
Ricordiamo che quando è stato premiato con l’International Freedom Award nel 2017 per il suo lavoro al CPJ, Valdez è stato descritto come «un uomo coraggioso, un uomo che fa quello che ti può far arrivare un proiettile in testa in ogni momento in Messico: riporta notizie». Su quel podio il reporter parlò della sua patria: «i giovani ricorderanno questo come un periodo di guerra, a Sinaloa è un peligro, un pericolo essere vivo, quello che vivono i giornalisti, lo vive tutto il Paese».
Su twitter rimane quello che è oggi la memoria di Valdez, il suo coraggio, quasi il suo epitaffio, scritto dopo l’omicidio a Chihuahua di un’altra giornalista, la collega Miroslava Breach: «che ci uccidano, se questa è la condanna a morte per reportear este infierno, per raccontare questo inferno. No al silenzio».

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