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È una pratica definita illegale in tanti Paesi, ormai. La mutilazione genitale femminile è bandita dalle convenzioni internazionali e tutti gli Stati europei hanno adottato politiche per contrastarla insieme a disposizioni penali, tra cui il principio di extraterritorialità del reato, vigente anche in Italia. Eppure i principi normativi, sebbene fondamentali, non bastano.

Intanto, perché i casi riportati dai tribunali italiani sono esigui rispetto all’ampiezza (stimata) del fenomeno. Poi, perché è in aumento l’esposizione al rischio delle bambine che, in Europa, ne coinvolge 180mila di cui oltre settemila in Italia, dove si stimano trentacinquemila vittime. E, non ultimo, perché «bisogna spiegare che le mutilazioni genitali femminili non sono solo, per quanto gravissima, una violazione del corpo della donna ma sono anche una violazione dei diritti umani», dice a Left, Marwa Mahmoud, la responsabile educazione interculturale Mondinsieme del Comune di Reggio Emilia e membro dell’Action group di Fondazione L’albero della vita. E, «a mio avviso – continua – sono una vera e propria discriminazione di genere poiché vanno ad agire sul corpo della donna in termini di aspettative sociali».

Condannare la pratica è d’obbligo «ma non con un j’accuse: l’approccio più efficace è far capire loro che intervenire sul corpo di una donna non spetta a un altro essere umano, attraverso la costruzione di una consapevolezza che le liberi dai meccanismi di quelle aspettative (da non deludere)», aggiunge Marwa Mahmoud. Perché, precisa, «per le donne provenienti da Paesi con questa tradizione, non è subire violenza, è solo una prassi che viene perpetuata, un’iniziazione all’età adulta praticata per il raggiungimento del loro benessere: ci ritrovano una positività, è culturalmente accettata». Ed è per questo che «il tema va affrontato in un quadro più generale, più costruttivo e propositivo, orientandolo verso la consapevolezza dell’esistenza dell’identità delle donne, delle pari opportunità e dei diritti di tutte», chiosa Marwa Mahmoud.

A qualsiasi cultura appartengano. Perché «sebbene si tenda a classificare l’escissione come una pratica legata alla religione, in realtà è proprio di origine tradizionale», spiega la Desk officier Europa di Fondazione L’albero della vita, Daria Crimella. Che prosegue: «Bisogna lavorare – così come si è proceduto con il progetto Changing attitude fostering dialogue to prevent Fmg (Chat), presentato il 16 maggio scorso al Senato, nel corso del convegno “Mutilazioni genitali femminili: il fenomeno in Italia e in Europa”. Un momento di confronto tra istituzioni, società civile e imprese, organizzato da Fondazione L’albero della vita – in seno alle comunità a tradizione escissoria per agire il cambiamento internamente, con un coinvolgimento a cascata, ingaggiando anche il settore privato che funge da grancassa di risonanza e promuovendo il co-sviluppo come ponte tra i Paesi europei e quelli di origine (che hanno fatto grandi passi avanti per combattere le mutilazioni genitali femminili), tramite le ambasciate e i consolati in quanto strumenti di sensibilizzazione istituzionali».

A conferma delle dimensioni allarmanti del fenomeno in Europa, c’è da segnalare l’intervento del Parlamento europeo che, nelle direttive relative alla richiesta d’asilo, ha apportato delle modifiche, nell’ottica di un approccio di genere, secondo le quali le vittime di mutilazioni genitali femminili possono fare domanda d’asilo, intendendo la pratica come una vera e propria forma di persecuzione. Datata 2013, la revisione (con la specificità di genere) del quadro normativo sull’asilo nell’Unione europea è ancora poco conosciuta. E poco applicata.

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