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«Ho trentasei anni, sono sposata con cinque figli. Ho fatto nove aborti procurati, e tre me li sono fatti da sola con l’aiuto di mio marito. Tre volte sono andata in ospedale, dove mi hanno fatto il raschiamento; una volta sono andata all’ospedale che ero in coma. Sei volte sono andata ad abortire nel Meridione perché si spendeva meno. Se uno mi chiede perché lo facevo, rispondo che nessuno mi ha mai detto cosa fare per prevenire una gravidanza».
A parlare è una casalinga di Ferrara, poi è la volta di un’insegnante di Conegliano Veneto: «Una mia collega di trentacinque anni ha fatto undici aborti perché se usasse gli anticoncezionali il marito non sopporterebbe di stare con lei, gli sembrerebbe di stare con una prostituta».

Sono solo alcune delle drammatiche storie di donne raccolte nel libro Sesso amaro. Trentamila donne rispondono su maternità sessualità aborto dall’Unione Donne in Italia. La prima edizione è del gennaio 1977. Un anno, e qualche mese dopo, sarà approvata la legge 194 del 22 maggio 1978, comunemente conosciuta come la legge sull’aborto. Rileggerlo oggi, quel libriccino di 200 pagine scarse ma così importante per la mole e il significato delle testimonianze raccolte in quasi duemila incontri, è fare un tuffo in un passato che pare lontanissimo nelle conoscenze ormai comuni sulla sessualità, sulla maternità e in definitiva sulla fondamentale libertà di scelta delle donne di diventare o meno madri. La sua lettura permette di fotografare e conoscere la realtà di allora, di appena 40 anni fa, scandita da prevaricazioni, ignoranza, solitudine e sofferenze delle donne. E di capire perché fosse così importante e necessaria una legge sull’interruzione volontaria della gravidanza.

«La legge 194 è la conclusione di un lungo cammino, iniziato negli anni Sessanta, scandito dalle battaglie di tante donne che aspiravano ad una società più giusta e paritaria per la donna riconosciuta in quanto soggetto libero di scegliere – commenta Vittoria Tola, fino a pochi mesi fa responsabile nazionale dell’Udi, dove ha iniziato a militare nel 1974, anno del referendum sul divorzio -. Erano anni di discussioni feroci anche tra noi, portatrici di esperienze e culture diverse. Quello che ci accomunava era il desiderio di cambiare una società patriarcale dove le donne erano considerate degli oggetti cui veniva imposta la sessualità maschile che spesso sfociava in tante, troppe, maternità indesiderate». Due testimonianze, sempre tratte da Sesso amaro, illustrano bene la situazione del tempo: «Ho sessant’anni e ho avuto cinque figli perché mio marito ne voleva molti. Spesso mi alzavo presto alla mattina per evitare di avere rapporti». E ancora: «Ho avuto tre figli e ho abortito due volte. Abortire mi faceva molta paura ma non potevo farne a meno e mio marito lo sapeva, anzi era lui a spingermi. Quando facevamo all’amore gli dicevo sempre di stare attento. Mi era venuta addirittura la “corridoite”. Sapete cos’è? Non era altro che un andare e venire per il corridoio aspettando che mio marito si addormentasse».

È infatti solo del 1971 la sentenza della Corte costituzionale che dichiara illegittimo l’articolo 553 del codice penale che vietava la propaganda sugli anticoncezionali, ritenuti un reato «contro l’integrità e la sanità della stirpe». Dello stesso anno è anche il primo progetto di legge, a firma socialista, per disciplinare la delicatissima materia dell’interruzione volontaria della gravidanza (Ivg). Ma a porre per la prima volta la questione sotto i riflettori fu un’inchiesta del 1961 curata dal settimanale dell’Udi, Noi Donne, che calcolava che ogni 100 concepimenti erano almeno 50 le gravidanze artificialmente interrotte, molte di più dei dati ufficiali. Nel frattempo il pontefice di allora, Paolo VI, invitava a «non diminuire il numero dei commensali al banchetto della vita».

«Nel 1965 Noi Donne esce con un grande titolo provocatorio: “Quanti ne vogliamo? Quando li vogliamo?” – precisa Tola -. Il tema della maternità consapevole e dell’autodeterminazione erano temi sempre più sentiti, anche se dovevamo lottare contro la dura opposizione cattolica e delle forze politiche che a questa si rifacevano. Un primo passaggio importante è stata la riforma del Diritto di famiglia del 1974, ma la svolta decisiva è arrivata nel 1975 con una sentenza della Suprema corte che affermava il principio della superiorità della vita e della salute della donna su quella del nascituro». Ad aprile dello stesso anno, viene approvata la legge che istituisce i consultori familiari che hanno tra gli scopi la divulgazione dei mezzi contraccettivi.

Sempre nel 1975, farà scalpore l’arresto di tre radicali – tra cui Emma Bonino – dopo essersi autodenunciati per aver praticato degli aborti. Sull’onda delle manifestazioni e delle proteste, della rivoluzione culturale e sessuale che stava coinvolgendo la società italiana, la campagna abortista viene portata avanti e nei tre anni successivi si susseguono discussioni parlamentari, fitte assemblee dei movimenti femministi e proposte di referendum su quelli che diventeranno i nodi centrali del dibattito: aborto sì o aborto no? E di chi è l’ultima parola? Per il Pci la decisione finale spetta ad una commissione composta da due medici e un’assistente sociale; i liberali invece propongono solo una parziale legalizzazione dell’interruzione di gravidanza, e solo nei casi di necessità grave ed obiettiva; mentre per la Dc l’aborto resta un reato prevedendo solo in determinate circostanze la possibilità di concedere alla donna un’attenuante. Dal fronte opposto, il Partito radicale ne chiede la completa liberalizzazione, avanzando l’idea di “aborto libero” che però non convince i gruppi femministi che reclamano l’assistenza medica statale per la donna. È infatti solo del dicembre 1978 l’istituzione del servizio sanitario nazionale.

«La 194 ha realizzato un compromesso sottilissimo ma ragionevole, ed essenzialmente ha accolto le proposte delle donne e dell’UDI: l’aborto è legale e l’ultima parola è sempre e solo della donna – commenta ancora Tola – Inoltre, aspetto importantissimo, è stato previsto che la donna possa rivolgersi a strutture pubbliche, e che l’Ivg sia un intervento pubblico, per scongiurare il pericolo che l’aborto diventasse un diritto solo per chi disponeva di mezzi economici adeguati. Il nostro obiettivo era infatti sconfiggere l’aborto clandestino per sconfiggere l’aborto». E il tempo ha dato ragione alle donne di allora, le Ivg sono drasticamente diminuite e le donne hanno smesso di morire d’aborto. «Come sappiamo oggi l’attuazione effettiva della 194 è messa in pericolo dall’altissimo numero degli obiettori di coscienza e dalla riduzione drastica dei consultori e degli operatori che vi lavorano – conclude Tola – In una società nella quale prevalgono le opinioni a discapito delle informazioni, c’è insomma ancora molto da fare».

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