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Se dovessimo idealmente scegliere, oggi, un ambasciatore della nostra Costituzione, i dubbi non sarebbero molti. Partigiano, arruolato come volontario nella “divisione Cremona”, in quel Corpo italiano di liberazione che dopo l’armistizio procede a nord, per concludere l’opera della Resistenza insieme agli alleati. Poi avvocato, impegnato nei grandi processi politici del nostro Paese, professore universitario, membro del Consiglio superiore della magistratura, senatore in prima fila nella difesa dei diritti e della sicurezza dei lavoratori. Infine, presidente onorario dell’Anpi, dopo la vittoria storica nel referendum del 4 dicembre e il passaggio di testimone con Carla Nespolo. Carlo Smuraglia, 95 anni, è un baluardo, un punto fermo in questo momento politico in cui la sinistra tenta di riassestare la sua bussola.

E il suo primo suggerimento è quello di ripartire dalle nostre radici, da ciò che chiama «patriottismo costituzionale». Strappando, di nuovo, il termine “patria” dalle mani delle destre. «Per la mia generazione – racconta Smuraglia a Left – riappropriarsi di quella parola fu una conquista. Perché, all’epoca, la “patria” era quella fascista, era una cosa estremamente retorica. Noi invece abbiamo recuperato un’idea di “patria” intesa come comunità di persone. Legate non solo dal trovarsi geograficamente sullo stesso suolo, ma anche ad una cultura, una storia. Quella che nasce dalla Resistenza e dalla nostra bella Costituzione. Da amare e proteggere: è questo il “patriottismo costituzionale” di cui abbiamo bisogno. E non ha niente a che fare col patriottismo sterile, o col pericoloso nazionalismo».

Racchiusa in poche parole, una lezione preziosa, che spunta le armi agli sciovinismi di vario colore. Ai sovranismi e alle sbandate “rossobrune”, che affliggono la sinistra. E a quel fascioleghismo, ora più che mai, in forma smagliante. Contro il quale bisogna rilanciare la lotta. Quali altre contromosse dovremmo mettere in campo, secondo l’esperienza di chi, il fascismo, l’ha già sconfitto una volta? «Agli iscritti all’Anpi ho sempre detto che (la reazione alle provocazioni fasciste, nda) non debba risolversi in una sorta di corpo a corpo in cui si finisce nella violenza», raccomanda Smuraglia nel libro intervista appena uscito, in cui dialoga con Francesco Campobello (Con la Costituzione nel cuore, Edizioni Abele, 2018).

Che fare, dunque? «Il primo antidoto è la memoria e il secondo è la conoscenza», ci spiega il presidente. «È assai pericoloso, infatti, lasciar passare la tesi revisionista per cui sarebbe esistito un fascismo mite, quando il regime di Mussolini ha fatto le sue leggi razziali e le ha applicate con rigore, contro gli ebrei e i “diversi”». Un messaggio da far passare, una volta per tutte. Con l’aiuto di nuove leggi? Innanzitutto – risponde Smuraglia – si potrebbero applicare le norme che già abbiamo. Come l’articolo 9 della legge Scelba. «È una norma di cui non parla mai nessuno», spiega. Imporrebbe interventi ad hoc nelle scuole, a carico di presidenza del Consiglio e ministero dell’Istruzione, per far conoscere quale fu «l’attività antidemocratica del fascismo». Una norma dimenticata.

«L’intenzione del Costituente – chiarisce – non era solo dire basta all’apologia di fascismo, ma anche evitare che si creasse un ricordo sbagliato. Nella convinzione che raccontare quelle disastrose morti, parlare di quella mancanza di libertà, avrebbe aiutato il Paese a voltare definitivamente pagina». Invece, lo sappiamo, i neofascismi sono all’ordine del giorno. E, spesso, tendono a mimetizzarsi. «È vero – ammette Smuraglia – ma la Costituzione su questo è chiara: non osteggia solo il fascismo tradizionale italiano, quello nostalgico della marcia su Roma e del Duce per intenderci, ma anche le sue nuove declinazioni. Perché è proprio in un certo modo di considerare le istituzioni….

L’intervista di Leonardo Filippi a Carlo Smuraglia prosegue su Left in edicola


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