Condividi

Alla voce “cultura” il contratto giallo-nero firmato dal «signor Luigi Di Maio» e dal «signor Matteo Salvini» non è eversivo, come invece accade sul piano dei diritti dei migranti o su quello del vincolo imperativo da imporre ai parlamentari. Non lo è perché non è di cambiamento, anzi è una dichiarazione di sconcertante banalità, in cui ci si impegna a perpetuare l’orrendo stato delle cose: con una inconsapevolezza e una inerzia degne di un qualunque assessore o ministro del Pd o di Forza Italia (su questo, come su quasi tutti i temi cruciali, tra loro peraltro indistinguibili). Innanzitutto bisogna notare che il tema “cultura” si esaurisce nel patrimonio culturale, e in una sesquipedale appendice sullo spettacolo dal vivo. Niente altro.

Veniamo dunque al piatto forte, il povero patrimonio. Si inizia con l’originale affermazione per cui «il patrimonio culturale italiano rappresenta uno degli aspetti che più ci identificano nel mondo»: non che ci identificano di fronte a noi stessi, sia chiaro, ma agli occhi degli altri. Si capisce che il piano inclina già verso il brand Italia così caro al pensiero dominante, e al renzismo che lo incarnava: non una parola sulla costruzione culturale della nazione. Meglio, vien da dire, visto quello che avrebbe potuto scrivere la Lega, che è portatrice di una “visione” dell’identità culturale radicalmente contraria a quella progettata dalla Costituzione: non, cioè quella di una nazione costruita per via di cultura (e dunque aperta per definizione alle modifiche di chi viene, in pace, a vivere tra noi), ma anzi una stirpe del sangue che rifiuta i «non italiani», e strumentalizza il cristianesimo usandone i simboli (crocifissi e presepi) come clave verso l’Islam, e in generale verso gli “altri”.

Di tutto questo non c’era traccia (per fortuna), e il discorso scivola subito nel più usurato armamentario metaforico della retorica del petrolio d’Italia, dalla metà degli anni Ottanta di Gianni De Michelis e fino a Dario Franceschini, così cara a tutto il “pensiero” del nostro ordoliberismo all’amatriciana. Uscendo (finalmente) dal Collegio Romano con lo scatolone in mano, il sullodato Franceschini ha finito come aveva cominciato: definendo, cioè, il Mibact come «il più importante ministero economico del Paese». Coerentemente, l’aveva gestito come un supermercato, anzi un outlet del patrimonio. E tanto valeva che continuasse lui, visto che il contratto che avrebbe dovuto legare le mani al suo successore parla solo in termini di «ricchezze artistiche e architettoniche» che oggi il Paese «non sfrutta a pieno», «lasciando in alcuni casi i propri beni ed il proprio patrimonio culturale nella condizione di non essere valorizzati a dovere».

Ricchezza, sfruttamento, valorizzazione: queste le parole chiave di un non cambiamento. E se qualcuno avesse dubbi, legga il passo in cui si enuncia il sacro principio per cui «lo Stato non può limitarsi alla sola conservazione del bene, ma deve valorizzarlo e renderlo fruibile attraverso sistemi e modelli efficaci, grazie ad una gestione attenta e una migliore cooperazione tra gli enti pubblici e i privati». Un inchino al pensiero unico: che evoca la tutela e la conservazione solo per definirli freni, ostacoli, zavorre. Una tesi lunare anche sul piano pragmatico: nel senso che oggi lo Stato fa esattamente il contrario, cioè non tutela e non conserva, ma semmai valorizza a vanvera, e cioè mercifica allegramente. Non poteva mancare l’inascoltabile mantra sui privati, un rosario che si snocciola sempre uguale da decenni, e che non tiene conto del fatto che il patrimonio è già stato privatizzato nelle midolla: dalla legge Ronchey e dal suo ancor peggiore ampliamento voluto da Antonio Paolucci (primi anni Novanta). E che, dunque, semmai bisognerebbe ricostruire il ruolo dello Stato: cioè fare tutto il contrario di ciò che dice il contratto giallo-nero.

E ancora: è certo sacrosanto affermare che «tagliare in maniera lineare e non ragionata la spesa da destinare al nostro patrimonio, sia esso artistico che culturale, significa ridurre in misura considerevole le possibilità di accrescere la ricchezza anche economica dei nostri territori». Ma, a parte la surreale distinzione tra “patrimonio artistico” e “culturale” (concepita evidentemente da un analfabeta) sfugge agli ottimi estensori il punto cruciale: e cioè che oggi il problema non è “non tagliare” (non c’è rimasto più nulla da tagliare), ma al contrario aumentare esponenzialmente i ridicoli finanziamenti. Perché siamo a uno 0,7 % del Pil speso dallo Stato in cultura, che ci fa terzultimi in Europa dimostrando che (alla faccia della propaganda di Franceschini) siamo messi ancora peggio di quando l’indimenticato Sandro Bondi lasciò lo scranno più alto del patrimonio (era il 2008, e la spesa pubblica in cultura era allo 0,8 % del Pil).

Su tutto, poi, la frustrante indicazione del “movente” alla virtù: dovremmo finanziare il patrimonio per far crescere la «ricchezza» materiale: del «progresso spirituale (oltre che materiale) della società» di cui parla l’articolo 4 della Costituzione, nessuna memoria. Del «pieno sviluppo della persona umana» (art. 3) manco a parlarne. La cosa è tanto più avvilente quanto si rammenti che il programma sui Beni culturali del Movimento 5 stelle era un altro mondo: a tratti oggettivamente buono, e comunque molto più serio, dettagliato e “a sinistra” di quello, per dire, di Liberi e uguali.

Per non fare che qualche esempio: ci si impegnava esplicitamente a far sì che «il comparto relativo al ministero per i Beni e le attività culturali e del turismo, sul totale generale del bilancio dello Stato, possa varcare la soglia almeno dell’1 percentuale rispetto al Pil». E ci si impegnava anche a «rivedere profondamente la riforma (Franceschini) dell’organizzazione del ministero e dei suoi organi periferici»; oltre che a revocare la mostruosa liberalizzazione delle esportazioni di Beni culturali voluta da Andrea Marcucci e approvata da Franceschini («il Movimento 5 stelle ritiene, dunque, necessaria l’immediata revisione di quella parte della Legge per il mercato e la concorrenza e il ripristino della fondamentale funzione di controllo da parte degli organi competenti»). Si annunciava «un fondo dotato di risorse adeguate se si vuole raggiungere l’obiettivo di dotare il nostro Paese di un catalogo unico nazionale digitale del patrimonio».

E vivaddio si affermava di ritenere «indispensabile una ricognizione e valutazione del reale fabbisogno di risorse umane per raggiungere livelli adeguati di gestione e tutela negli archivi e nelle biblioteche». Insomma, si comunicava con efficacia la volontà di attuare «il diritto alla tutela costituzionalmente garantito», e di farlo per la via maestra: cioè attraverso «un adeguato riconoscimento e valorizzazione delle figure professionali che operano nel settore dei beni culturali», e restituendo anche alcune «attività di valorizzazione alla sfera pubblica, lasciando ai concessionari privati i soli servizi di bigliettazione, caffetteria, ristorazione e guardaroba». Infine, condannando il fatto che «il decreto legge c.d. Sblocca Italia ha spalancato le porte alla cementificazione del territorio e dei paesaggi italiani, in barba all’art. 9 della Costituzione», si riteneva «fondamentale attribuire di nuovo le piene funzioni di tutela del paesaggio alle soprintendenze».

Era a causa di questo bel programma che avevo considerato la possibilità di accettare la proposta di Luigi Di Maio di stare come ministro per i Beni culturali nella lista presentata alla vigilia delle elezioni: un’opzione presto tramontata a causa della manifestata volontà di cambiare la Costituzione (appunto all’articolo 67 sul vincolo di mandato), e a quella che allora era solo l’ombra di un possibile accordo con la Lega, inaccettabile per me antifascista. Al posto del mio nome, Di Maio inserì quello di Alberto Bonisoli, esperto di management e direttore dell’Accademia di belle arti privata di Milano: una scelta diametralmente opposta, davvero difficile da capire.

Gli faccio i miei migliori auguri: anche se tutto lascia credere che la musica non cambierà. Con la destra, la sinistra, o con il governo del presidente l’eclissi dell’articolo 9 non sembra destinata a passare.

L’articolo di Tomaso Montanari è tratto da Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Commenti

commenti

Condividi