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Nasce il Governo giallo-verde-nero Salvini-Di Maio – con Fratelli d’Italia a sostegno della maggioranza di Governo -, liberista in economia, illiberale sul fronte dei diritti civili, xenofobo razzista e securitario.

Un Governo sostenuto dalle forze che hanno capitalizzato sul piano elettorale le insicurezze sociali prodotte dall’attacco al lavoro ed allo stato sociale dei Governi tecnici sostenuti dal Pd e da governi dal Pd direttamente guidati, attacco che ha avuto il suo punto più alto con Matteo Renzi e le sue scelte come il Jobs Act, la Buona Scuola, l’attacco al Sindacato ed il tentativo – fallito – di riscrittura costituzionale.

Un Governo con una forte investitura nelle classi popolari e nel mondo del lavoro, se come afferma una ricerca della Fondazione Di Vittorio il 33% degli iscritti della stessa Cgil ha votato M5Stelle ed un 10% Lega.

Precipitano in questo risultato processi di fondo e scelte dell’oggi e di ieri.

La scelta dell’oggi riguarda il Pd e Matteo Renzi, che ha scientemente spinto il M5Stelle verso la Lega, non aprendo neppure una interlocuzione parlamentare che avrebbe potuto condurre ad un esito ben diverso sul piano del governo del Paese.

Una scelta politicamente grave, che corre il rischio di saldare definitivamente sia sul piano elettorale che sociale il blocco giallo-verde ad egemonia leghista.

Le scelte di ieri rimandano al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed alla sua precisa responsabilità nel non aver permesso che il Paese andasse immediatamente al voto dopo l’implosione del governo Berlusconi – alimentando e subendo il terrorismo dello spread e dei mercati – lavorando per la costruzione del cosiddetto governo tecnico di Mario Monti, quello della controriforma Fornero sulle pensioni e la sostanziale manomissione dell’articolo 18. La Sinistra larga, se si fosse votato allora, avrebbe archiviato per sempre la stagione del Centrodestra, Lega compresa, e non avremmo avuto nello scenario politico né l’assalto vittorioso di Matteo Renzi al Pd di Bersani né l’esplodere della creatura della Casaleggio associati e di Beppe Grillo.

I processi di lungo periodo e di livello strutturale rimandano alla profondità della faglia rappresentata dal voto del 4 di marzo. Le politiche di austerità e di limitazione delle sovranità costituzionali portate avanti dai conservatori e dalla maggioranza delle forze appartenenti all’Internazionale Socialista hanno consegnato a livello di massa i cosiddetti sconfitti della globalizzazione alle forze reazionarie e xenofobe, che ripropongono nella propaganda e nell’agitazione politica elementi che hanno caratterizzato il fascismo “sansepolcrista” e tutte le destre sociali.

Temi che parlano e fanno presa su un mondo del lavoro non più rappresentato da tempo sul piano politico, impoverito e precarizzato, sfibrato dalla sfiducia nell’azione collettiva, individualizzato dal capitalismo post-fordista, annichilito dalla nuova ragione del mondo della retorica manageriale e dalla società della prestazione.

Un processo di privatizzazione e gestione privatistica ed aziendale della società e dei rapporti sociali che trova sul piano politico-istituzionale una ulteriore affermazione con il cosiddetto “contratto del Governo del cambiamento”, sanzione formale della vittoria dell’azienda sul lavoro e della aziendalizzazione della vita quotidiana – resa possibile anche dallo sfarinamento dei partiti di massa prodotto dalla gestione politica di Tangentopoli che trovò il suo punto più devastante dall’appoggio del PdS ai referendum di Mariotto Segni, decretando con il superamento della legge elettorale proporzionale a favore del maggioritario l’alterazione sostanziale dell’equilibrio Quarantottesco dei poteri.

Nella lunga traversata nel deserto che ci aspetta non sarà inutile fissare dei punti fermi.

L’Italia è una Repubblica parlamentare, non presidenziale, e tale deve restare.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

La legge elettorale deve essere di solido impianto proporzionale.

Le maggioranze di governo si ricercano in Parlamento.

La Costituzione repubblicana ha la prevalenza sui Trattati Europei.

Bisogna abolire il pareggio di bilancio in Costituzione.

La nostra Costituzione permette perfino la transizione al Socialismo per via democratica.

Bisogna dare risposte concrete e materiali al bisogno di lavoro e di liberazione dal lavoro, di salario, di pensioni, di sanità e di scuola pubblica.

Chi pensa di opporsi al Governo Salvini-Di Maio in nome dell’austerità e del “non ci sono alternative” all’ordoliberismo tedesco consegnerà il nostro Paese alle forze della Destra Sociale più radicale.

Chi pensa di opporsi soltanto sul piano dei diritti civili senza legarli e farli marciare assieme ai diritti sociali spingerà ancor più le classi popolari verso la reazione.

La proposta di un Fronte Repubblicano avanzata dalle forze che hanno portato nel nostro Paese l’attacco al Lavoro ed allo Stato Sociale sono – oltre che risibili – pericolosissime perché produrrebbero una polarizzazione che correrebbe il rischio di essere definitiva tra élites europeiste tecnocratiche e liberiste e destre più o meno sociali securitarie, xebofobe e fasciste.

Eppure le elezioni americane e la situazione inglese dovrebbe averci insegnato qualcosa: per sconfiggere Trump non ci vuole la Clinton ma Sanders, per rivitalizzare il Partito Laburista non ci vogliono gli attardati epigoni delle terze vie e degli Ulivi mondiali ma un socialista moderno ed ottocentesco come Corbyn.

Maurizio Brotini è segretario Cgil Toscana

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