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Nella mia famiglia c’è tutto quello che la dittatura argentina ha prodotto: esuli, prigionieri politici, desaparecidos, torturati, assassinati e nipoti recuperati». La voce di Gustavo Carlos Molfino è calma ma non fredda, negli occhi non c’è odio mentre ricorda quello che ha vissuto tra il 1979 e il 1980 nel suo Paese d’origine. A quel tempo era poco più che un adolescente ma già ricopriva un ruolo chiave nel movimento dei Montoneros, l’organizzazione guerrigliera di ispirazione socialista che tentò in ogni modo di contrastare la repressione della giunta civico-militare guidata da Jorge Videla prima di essere decimata.

«Ero tra coloro che avevano il compito di coordinare la clandestinità in Argentina dei militanti braccati dall’intelligence della dittatura che aveva il suo braccio armato nel cosiddetto Battaglione 601» racconta Gustavo Molfino a Left. Lo incontriamo a Roma, dove si trova per testimoniare al processo in cui sono imputati quattro militari brasiliani – Joao Osvaldo Leivas Job, Carlos Alberto Ponzi, Atila Rohrsetzer e Marco Aurelio da Silva Reis – per il sequestro, l’omicidio e la sparizione dell’italo-argentino Lorenzo Viñas Gigli, avvenuto il 26 giugno 1980 in Brasile mentre fuggiva dall’Argentina. Figlio dello scrittore David Viñas e di Adelaide Gigli, un’artista di origini marchigiane, Lorenzo in quanto militante della gioventù peronista viveva in costante pericolo e aveva intenzione di raggiungere la madre rientrata a Recanati, attraverso Rio de Janeiro.

Una volta oltrepassato il confine brasiliano fu arrestato e internato per un breve periodo in un luogo di detenzione clandestino al Paso de dos libres. Dopo di che fu riportato in Argentina. Viñas è stato visto vivo per l’ultima volta pochi giorni dopo da Silvia Tolchinsky, una montonera, vicino al famigerato Campo de Mayo, il centro di detenzione utilizzato dal Battaglione 601. Dopo quell’incontro di lui si persero le tracce. L’operazione di polizia appena descritta rientra nella prassi consueta del Plan Condor (vedi box a pag. 49). I fuoriusciti da uno dei Paesi aderenti al Condor venivano sequestrati con l’aiuto delle autorità locali (in questo caso brasiliane) e poi portati nel Paese di origine (in questo caso l’Argentina) dove venivano segregati nei centri di detenzione clandestina, interrogati, torturati per farsi indicare nomi e nascondigli dei loro compagni di resistenza e, a seconda dei casi, uccisi e fatti scomparire. Ed è per questo motivo che Gustavo Molfino è stato chiamato a deporre nella Capitale dal pm Tiziana Cugini: è un testimone chiave per raccontare come funzionava l’Operazione Condor. Avendola vissuta sulla sua pelle.

«Dopo i mondiali di calcio del 1978 si intensificò la repressione a causa della controffensiva dei montoneros e alla fine del 1980 a centinaia erano stati arrestati, uccisi o fatti scomparire» racconta Molfino. «Nel 1979, a 17 anni, andai in esilio volontario con mia madre, Noemi Esther “Mima” Giannetti de Molfino. Riparammo in Spagna, dove c’era una cellula importante di fuoriusciti montoneros». Nel 1975 era morto Franco e dopo 40 anni di dittatura il Paese iberico si trovava in pieno periodo di transizione indirizzandosi faticosamente verso la democrazia. Pensavano di essere più al sicuro, ma non avevano fatto i conti con…

L’inchiesta di Federico Tulli prosegue su Left in edicola


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