Condividi

«Voglio sentire qual è la difesa morale di un’azienda che fa 9 miliardi di profitti l’anno, il cui amministratore delegato guadagna 400 milioni e ha i lavoratori che muoiono di fame. Ditemi come tutto questo possa essere giusto». Rosso di rabbia, Bernie Sanders agita le mani in aria e urla queste parole ai lavoratori radunati intorno al palco in California del sud, ad Anaheim.

Nella città – parco a tema di Disneyland – è scoppiata la guerra. Migliaia di posti di lavoro sono a rischio, mentre si combatte per essere pagati almeno 15 dollari l’ora: l’aumento richiesto dai sindacati è di un solo dollaro l’ora, un intervento urgente, dovuto all’aumento del costo della vita.

«Stop Disney poverty» è l’urlo di battaglia dei lavoratori: bisogna mettere fine alla povertà generata dall’azienda.

Nell’azienda la paga minima è di poco più di 13 dollari l’ora e l’11% degli impiegati del parco divertimenti «sa cosa vuol dire essere un senzatetto», ha conosciuto la povertà estrema, pur lavorando per una compagnia che l’anno scorso ha registrato 9 miliardi di profitti. I risultati della ricerca compiuta dalle organizzazioni che si battono per i diritti dei lavoratori, sono ora al tavolo dei negoziati con l’azienda. Per la portavoce della Disney, Suzi Brown, è un sondaggio «inaccurato, non scientifico, politicamente motivato», compiuto dai sindacati che hanno «deliberatamente distorto» il risultato e in realtà «non riflette come la maggioranza dei 30mila impiegati percepisce la compagnia».

La Disney pagherà quei 15 dollari orari, lo ha annunciato venerdì 1 giugno, ma lo farà solo dal 2020.

Per David Huerta, presidente del sindacato locale, non è abbastanza: «gli affitti sono aumentati, il costo della vita è aumentato, i salari devono mantenere il passo».

«La lotta che stiamo compiendo qui ad Anaheim non è solo per voi» ha detto ancora Sanders, ma «per milioni di lavoratori in tutto il Paese che sono sick and tired, stufi marci, di lavorare loger hours for lower wages, più ore e per salari più bassi». Bernie bastona anche i media sulla vicenda, che non chiederanno «come fa la Disney a fare 9 miliardi di profitto, mentre tre quarti dei suoi dipendenti non possono pagarsi le spese elementari».

Il senatore rosso del Vermont è tornato per dare il suo supporto ai lavoratori del «posto più felice del mondo», dove i dipendenti non possono permettersi nemmeno di affittare una casa e si nutrono solo di junk food, cibo spazzatura.

Sanders con i sanderistas, – come vengono chiamati i suoi sostenitori -, è in giro da una costa all’altra d’America. Dopo la lotta per i diritti dei lavoratori della Walt Disney, terrà un incontro per la riforma della giustizia con i membri di Black Lives Matter, poi parteciperà ad una manifestazione con i lavoratori dei docks, gli operai delle banchine dei porti degli Stati Uniti.

Da quei palchi parlerà anche della riforma del suo sistema sanitario, Madicare for all (v.Left n.22 del 1 giugno) , che deve essere accessibile per tutti, che «deve essere riconosciuto come un diritto, non un privilegio. Ogni uomo, donna, bambino nel nostro Paese dovrebbe avervi accesso a prescindere dal suo salario».

Questa è la nuova idea attorno alla quale si stanno coalizzando i democratici americani, un avanzamento dell’Aca, (Affordable care act, detto anche Obamacare, creato sotto l’amministrazione Obama nel 2009).

Le urne in California stanno per aprirsi, le primarie si terranno tra pochi giorni. Bernie proverà ad essere rieletto nel suo Stato, in Vermont, a novembre, e poi, di nuovo, nell’intero Paese, dopo essere stato sconfitto due anni fa da Hillary Clinton nell’ultima battaglia per il vertice del partito democratico. White house again: Casa Bianca di nuovo. Jeff Weavers, il manager della sua campagna elettorale 2016, non l’ha escluso: «il senatore sta considerando una nuova campagna per la presidenza» nel 2020.

Sul piano di Sanders per la sanità articolo su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Commenti

commenti

Condividi