Condividi

«Il giorno dopo l’uccisione di Soumayla Sacko sono tornato alla tendopoli. Si è avvicinato un bracciante, in silenzio. Ha tirato fuori dalla tasca un foglio di carta. L’ha aperto, sempre in silenzio. C’era stampata la foto di Soumayla. Me l’ha messa davanti alla faccia, ad un centimetro. Poi, sempre in silenzio, mi ha dato una pacca sulla spalla ed è tornato dentro la sua tenda». Giuseppe Tiano è un sindacalista Usb della provincia di Cosenza, da anni si occupa dei braccianti della zona di Rosarno e San Ferdinando dove il 2 giugno è stato ucciso, con un colpo alla testa, il giovane sindacalista del Mali mentre stava recuperando del materiale di scarto da una fabbrica abbandonata, nel cui sottosuolo si trovano rifiuti tossici. Insieme a lui, Madiheri Drame e Madoufoune Fofana, rimasti feriti.

Tiano parla con voce calma e ferma, ma in certi passaggi si fa dura come la terra dove abita.

«Vogliamo verità e giustizia per Soumayla, è un nostro fratello». Dopo tre giorni di assoluto silenzio da parte del Governo, il neo presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha ricordato velocemente la morte del giovane sindacalista nel discorso di insediamento al Senato. A distanza di qualche giorno, il presidente della Camera Roberto Fico ha convocato il referente nazionale Usb per i braccianti, Aboubakar Soumahoro, diventato noto per aver rispedito al mittente – al ministro dell’Interno, Matteo Salvini – le parole sulla “pacchia ormai finita” per i migranti in Italia. Nell’incontro con Soumahoro e altri delegati Usb, il presidente Fico ha dichiarato che lunedì 11 giugno visiterà la tendopoli di San Ferdinando dove incontrerà le autorità locali.

«Abbiamo consegnato al presidente della Camera le copie di due lettere, la prima indirizzata al presidente del Consiglio nella quale si chiede che lo Stato si faccia carico delle spese di trasporto in Mali del lavoratore ucciso; la seconda per chiedere al ministro del Lavoro, Di Maio, un incontro per discutere le condizioni di lavoro nelle campagne. Infine – precisa Soumahoro – abbiamo illustrato le motivazioni della grande manifestazione del 16 giugno a Roma contro le discriminazioni e per i diritti». Lavoro e diritti, questi sconosciuti. Soprattutto da queste parti.

La Piana di Gioia Tauro è il luogo dove l’incontro tra il sistema dell’economia globalizzata, le contraddizioni nella gestione del fenomeno migratorio e i nodi irrisolti della questione meridionale produce i suoi frutti più nefasti. Sono almeno 3500 i braccianti stranieri, distribuiti tra la vecchia tendopoli e altre strutture abbandonate della Piana di Gioia Tauro, ad aver fornito anche quest’anno manodopera flessibile e a basso costo ai produttori locali di arance, clementine e kiwi.

Circa un quarto della produzione nazionale di agrumi avviene in Calabria, in particolare nella Piana dove si trovano Rosarno e San Ferdinando, dove gli ettari dedicati alla coltivazione della frutta sono circa venticinquemila.

In Uomini e caporali Alessandro Leogrande aveva fotografato con lucida precisione il fenomeno di quella che è stata definita la ghetto economy: «C’è un grumo nero che ancora insozza e paralizza le relazioni tra proprietari terrieri, caporali e braccianti, e che sembra essere sopravvissuto al Novecento, alle guerre mondiali e ai cambi di governo, alla mutazione antropologica dell’Italia e del suo Mezzogiorno, alla caduta del muro di Berlino, al terrorismo politico e a quello mafioso, all’emancipazione femminile, all’integrazione della classe operaia nel ceto medio. Secondo le stesse identiche leggi che presiedono da tempo immemorabile al mercato delle braccia e dei corpi. Pochi euro al giorno per dodici, tredici ore di fatica ininterrotta sotto il sole, alla mercé dei caporali, che regolano, controllano, conducono, ammansiscono il lavoro dei nuovi schiavi». I nuovi schiavi descritti da Leogrande sono quelli della Puglia, in particolare della zona della Capitanata dove si produce l’oro rosso, il pomodoro, per le tavole di tutto il mondo. Ma le dinamiche sono le stesse per tutte le terre ad alta produzione agricola, dalla Calabria alla Puglia, fino alla Basilicata. Sfruttamento, emarginazione, condizioni di vita prossime alla schiavitù in contesti di assoluto degrado abitativo per mancanza di acqua potabile, luce ed elettricità.

Nel rapporto I dannati della terra realizzato da Medici per i diritti umani (Medu), che da cinque anni cercano di garantire le cure essenziali ai braccianti della zona di Rosarno e da un anno sono presenti anche in Puglia, si legge di uomini e donne disperati che lottano per la sopravvivenza quotidiana.

«Dal punto di vista sanitario, le problematiche sono molto comuni sia in Calabria sia in Puglia, e dovute principalmente alle gravi condizioni abitative e al pesante stress lavorativo. Non sono rispettate le normative sul lavoro, e gli stessi lavoratori, pagati a cottimo, si sottopongono ad un sovraccarico orario per riuscire a portare a casa una paga decente. I braccianti sono l’ultimo anello della filiera produttiva, in territori in cui l’illegalità e la criminalità organizzata sono assai diffuse» spiega Jennifer Locatelli, coordinatrice Medu del progetto Terragiusta. Locatelli ricorda a questo proposito un aspetto non da poco: in Basilicata i braccianti con contratti di lavoro regolari sono ormai l’80% mentre in Calabria raggiungono a malapena il 30.

Ma su un punto, in particolare, tutte le associazioni e i sindacati sono d’accordo: oltre a sconfiggere il caporalato, e la criminalità organizzata che lo gestisce, è fondamentale assicurare un luogo decente dove vivere. Non certo una tendopoli, anche se nuova come quella inaugurata pochi mesi fa a Rosarno, formata dalle classiche tende utilizzate per il terremoto, freddissime d’inverno e caldissime d’estate. «La nuova tendopoli ripete il paradigma dell’emarginazione. Rispetto alla vecchia, ci sono dei piccoli miglioramenti ma manca l’acqua potabile e la carica elettrica spesso, d’inverno, non è sufficiente a supportare le stufe elettriche accese dentro le tende», precisa Locatelli. Antonello Mangano, giornalista siciliano che si occupa di migrazione e lotta alla mafia, nel libro Ghetto economy. Cibo sporco di sangue (Editore Terrelibere) in una battuta riassume bene la situazione: «Tutti parlano di emergenza. Come fosse un terremoto e non la raccolta dei mandarini».

L’approccio emergenziale prosegue almeno dal 2012, con l’emanazione della cosiddetta Legge Rosarno, a due anni dall’omonima rivolta, che avrebbe dovuto attenuare le principali criticità ma in realtà si è rivelata un fallimento, come confermato da un rapporto dettagliato di Amnesty International Italia. Tuttavia negli ultimi anni non sono mancati nuovi interventi normativi diretti ad un miglioramento delle condizioni dei braccianti, ultimo dei quali la nomina del Commissario straordinario per l’area di San Ferdinando, Andrea Polichetti.

«Nelle parole abbiamo assistito a degli sviluppi positivi, ma pochissimo è stato fatto sul piano concreto. Continuiamo da così tanto tempo a procrastinare la soluzione che sarà sempre più difficile attuarla», conclude la coordinatrice Medu che ricorda come a Drosi, frazione del comune di Rizziconi, sia iniziata otto anni fa un’esperienza di inserimento diffuso che ha portato 150 lavoratori migranti a vivere stabilmente in quelli che erano locali sfitti da tempo, con il doppio vantaggio di essere a costo zero per lo Stato e di portare dei benefici economici alla popolazione locale con la riattivazione e rivitalizzazione del tessuto sociale del piccolo centro. La soluzione, insomma, sarebbe già in parte tracciata. «L’inserimento abitativo diffuso è una soluzione praticabile e già praticata. È necessaria la volontà politica» conferma Aboubakar Soumahoro, il sindacalista Usb. La pacatezza dei modi e la lucida capacità di analisi di Soumahoro, e di tutti gli altri operatori in questa terra difficile, sono la riposta migliore alle parole del senatore eletto in Calabria, nonché ministro degli Interni, Matteo Salvini.

Commenti

commenti

Condividi