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«La nave Aquarius andrà in Spagna. Ora è in Italia, andrà in Spagna». Con queste parole il ministro dell’Interno Salvini, a metà pomeriggio di giovedì 14 giugno, ha liquidato la sorte dei 106 migranti in balia delle onde nel mar Mediterraneo sulla nave gestita in collaborazione da Medici Senza Frontiere (Msf) e Sos Mediterraneè. L’Aquarius dunque non attraccherà in Sardegna. Da mercoledì la sta costeggiando affrontando venti da 35-40 nodi e onde di quattro metri, dopo il trasferimento di 523 persone sulle navi italiane. In una nota diffusa nel pomeriggio, il team medico di Msf racconta di ave assistito «almeno 80 persone con sintomi da mal di mare, tra cui donne incinte e una neo-mamma che allattava il suo bambino. La maggior parte delle persone ha dormito nel riparo allestito all’interno della nave per proteggerle dal vento». «È stata una notte molto dura, il mare era grosso e la maggior parte delle persone ha avuto il mal di mare» racconta Aloys Vimards, capo progetto di Msf a bordo della Aquarius. «Stamattina molte di loro stanno ancora male, ma la situazione è più serena. Le persone sono nel riparo e si stanno riprendendo dalla nottata. Abbiamo distribuito arance, barrette di cereali, cornetti e thè freddo forniti ieri dalla Guardia Costiera Italiana e le condizioni del mare sono leggermente migliori». Nelle stesse ore della mattinata una una nave militare Usa ha soccorso 41 naufraghi al largo di Tripoli, recuperando anche 12 cadaveri di persone annegate. È stata però costretta a rigettarli in mare non avendo celle frigorifere a bordo. Calcolando che sui gommoni vengono mediamente imbarcate 100-120 persone, potrebbero esser almeno cinquanta i migranti dispersi. Una nuova tragedia. Scontata, purtroppo, essendo ormai rimaste solo in tre le navi umanitarie (con la Aquarius costretta ad allungare il suo tragitto fino in Spagna) che si occupano dei salvataggi nel Canale di Sicilia.

Nel corso delle operazioni di soccorso, la nave Usa Trenton ha contattato la Sea watch 3, che si trovava nelle vicinanze, per un eventuale trasbordo dei 41 superstiti – la Trenton non è certo in zona con la priorità dei soccorsi in mare -, ma la ong tedesca ha chiesto che la guardia costiera individuasse prima una destinazione italiana sicura. Alla risposta della guardia costiera italiana che i soccorsi non erano coordinati dalla sua supervisione, e che pertanto lo scalo sicuro andava stabilito d’accordo con la guardia costiera libica, la Sea watch 3 ha preferito rinunciare all’operazione.

Anche perché dall’Italia Salvini faceva sapere che «le navi che battono bandiera straniera devono rivolgersi a Paesi stranieri!». Quindi secondo logica, la Sea watch 3 avrebbe dovuto portare i 41 superstiti fino ad Amburgo.

Ricapitoliamo ora quanto accaduto da sabato 9, il giorno prima dell’inizio della crisi dell’Aquarius.

La mattina del 9 giugno oltre 200 persone sono sbarcate nel porto di Pozzallo, in Sicilia. In parte dalla nave CP 941 Diciotti, della guardia costiera, in parte dalla nave Seefuchs, dell’ong Sea Eye, che venerdì 8 aveva anche chiesto invano aiuto a Malta. Il 10 giugno, 937 persone sono state soccorse al largo di Tripoli dalla guardia costiera italiana e da altre imbarcazioni. In un primo momento, anche la nave Aquarius ha soccorso circa 200 di questi naufraghi, che sono stati poi trasbordati sulla Diciotti, insieme a quelli soccorsi dalle altre navi. Questi naufraghi verranno infine sbarcati a Catania il 12 giugno.

Successivamente, sempre nella giornata di domenica, la Aquarius ha soccorso altre 629 persone, tra cui 7 donne incinte e 123 minori non accompagnati, oltre a diverse persone con sintomi da annegamento, ustioni e ipotermia. A questo punto il ministro degli interni Matteo Salvini ha dato inizio ad una serie di tweet, lanciati tra domenica sera e lunedì 11 mattina, affermando che l’Italia «ha finito di chinare il capo», che «non può farsi continuamente carico di tutti i migranti mentre l’Europa sta a guardare», e «che Malta non può dire sempre no» (cosa peraltro non vera considerando, per esempio, che la percentuale di rifugiati presenti sull’isola sul totale della popolazione è sei volte maggiore rispetto a quella italiana).

Parte così il braccio di ferro diplomatico con Malta. Che, dal canto suo, si dichiara disponibile al solo trasbordo dei soli naufraghi in condizione di pericolo imminente. In serata c’è una telefonata tra il primo ministro Conte e il suo omologo maltese Joseph Muscat. Conte chiede al collega di farsi carico della situazione e il secondo in risposta afferma che in questo modo l’Italia sta agendo contro i trattati internazionali. Arrivano anche le parole del ministro delle Infrastrutture Toninelli, da cui dipende la chiusura dei porti, secondo cui, anche qualora per estrema emergenza umanitaria i profughi venissero sbarcati in Italia, il governo si presenterebbe immediatamente a Bruxelles a chiederne il ricollocamento.

Sempre durante la mattinata di lunedì 11 si diffonde la notizia che anche la Sea Watch 3 sta facendo rotta verso l’Italia con centinaia di migranti a bordo. Altro tweet di Salvini: «In Europa c’è Malta che rifiuta qualsiasi collaborazione, la Francia che respinge alla frontiera, la Spagna che difende i suoi confini con le armi e ognuno che fa quello che gli pare e si disinteressa della situazione». Alla Sea Watch viene promesso lo stesso trattamento dell’Aquarius, che staziona in mezzo al Mediterraneo senza sapere dove poter attraccare.

Nel primo pomeriggio un comunicato della Sea Watch smentisce che la nave abbia dei naufraghi soccorsi a bordo. Frattanto il neo primo ministro spagnolo Sanchez ed il sindaco di Barcellona Ada Colau si dichiarano disponibili ad accogliere la Aquarius. La destinazione sicura viene infine trovata in Valencia.

Durante la notte tra l’11 e il 12 giugno, con le condizioni del mare che andavano peggiorando e la nave stipata oltre il limite di sicurezza, si stabilisce che la maggior parte dei naufraghi a bordo vengano trasferiti sulla nave Dattilo della guardia costiera italiana e su un’altra nave della marina militare. Insieme scorteranno la Aquarius e le 106 persone a bordo fino a Valencia.

Salvini si fa bello con i suoi, sostenendo che facendo la voce grossa si ottengono risultati. Ma Sanchez ha “offerto” il porto di Valencia per una questione di umanità e non certo perché qualcuno ha alzato la voce e messo in pericolo 629 profughi per mero calcolo elettorale.

Veniamo ora a qualche considerazione in merito all’accaduto, a cominciare dall’epilogo del 12 mattina, col salvataggio di 41 persone e il recupero di 12 cadaveri da parte dell’USS Trenton, ancora in attesa di istruzioni e che, nel frattempo, in assenza di celle frigorifere sulla nave, si è già dovuto liberare dei 12 corpi, abbandonandoli alla deriva.

In primo luogo i fatti del 12 mattina sembrano essere la possibile diretta conseguenza di un minore pattugliamento della zona, dovuto anche all’assenza forzata di un’imbarcazione ong, come l’Aquarius, della nave Dattilo della guardia costiera e di una nave della marina militare, tutte in rotta verso Valencia, per i noti esiti della vicenda della nave di Sos Mediterraneé e Medici senza frontiere. Oltre a suonare come un’ennesima conferma dell’inefficienza di ogni preteso controllo libico su operazioni di ricerca e salvataggio in mare. Sull’effettiva esistenza di una zona SAR libica si è giocato tutto il tentativo, già con Minniti ministro dell’Interno, durante il governo Gentiloni, di limitare l’operatività delle ong in zona, come pure tutta la precedente questione del presunto favoreggiamento dell’attività di immigrazione clandestina da parte della Pro Activa Open Arms, messa sotto sequestro a marzo per avere rifiutato di consegnare ai libici naufraghi appena soccorsi, e per avere rifiutato Malta quale approdo sicuro. I fatti del 12 mattina, tanto per cominciare, sembrano indicare che i libici non controllano e non soccorrono nessuno – ed è lecito ipotizzare che lo stiano facendo apposta per mettere in discussione gli accordi con l’Italia e ottenere ancor di più dal nuovo governo Conte-Salvini-Di Maio.

A questo proposito, vale la pena ricordare come adesso siano soltanto quattro le navi di ong che pattugliano il mediterraneo centrale: oltre alla Aquarius, adesso impegnata per qualche giorno lontano dalla zona, ci sono la Sea Watch 3, la Seefuchs di Sea Eye, già molto più piccola, la nave di Mission Lifeline. A giorni si aggiungerà di nuovo la Pro Activa Open Arms, a lungo ferma dopo il sequestro del 15 marzo scorso predisposto dal pm Zuccaro. Nel frattempo è stata sostituita dalla imbarcazione Abstral, poco adatta però ad operazioni di ricerca in mare e a soccorsi troppo complicati.

Resta la prova di forza di Salvini, parzialmente ridimensionata dalla mossa del neo primo ministro spagnolo Sanchez. E resta l’assurdo viaggio che 629 persone sono state costrette ad affrontare senza alcun motivo. Andrà certamente accertato se quello della Aquarius sia stato un respingimento in violazione delle procedure per il diritto di asilo. Ma per dimostrare quanto sia stata strumentale l’azione muscolare del governo giallonero, basta ricordare che i migranti sbarcati dalla Diciotti erano stati soccorsi inizialmente proprio dalla Aquarius. Dunque, se va bene che i migranti vengano prima salvati da una ong e poi trasbordati alla guardia costiera o alla marina militare questo vuol dire che non esiste alcuna “invasione”, o altre amenità. Bufala su cui si è poggiata la campagna elettorale (da destra al Pd) e da cui ha preso il via l’attività del governo giallo nero del fantasmatico Giuseppe prof. Conte.

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