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In un’afosa domenica di giugno, il ministro dell’Interno leghista blinda i porti italiani, e la nave di una ong con 629 profughi a bordo si trova a vagare nel Mediterraneo quasi senza scorte alimentari. Solo il giorno appresso, il nuovo premier spagnolo Sànchez si offrirà di accoglierla. De Magistris e Accorinti, sindaci di Napoli e Messina, hanno provato a sfidare Salvini in nome dei valori umanitari su cui si fonda la legge del mare. Anche il loro collega di Livorno, Nogarin, proverà a farlo ma in pochi minuti ritratterà: «Oggettivamente questo poteva creare dei problemi al governo, mi è sembrato corretto rimuovere il post». Salvini esulta, è convinto che alzare la voce sia la carta vincente. Il premier Conte sembra un ostaggio.

Su Twitter i due hastag – #chiudiamoiporti e #portiaperti – si fronteggiano. Ma il 32% della popolazione italiana è d’accordo sul fatto che l’Italia debba rispedire le imbarcazioni dei migranti nel Mediterraneo, anche se questo implica il rischio di morti. E la metà di “noi” è d’accordo sul fatto che i cittadini saranno costretti a proteggere di persona le coste e i confini qualora la crisi migratoria continuasse, e soltanto il 23% si dichiara in disaccordo. La metà degli italiani ritiene che le ong non considerino l’impatto sul Paese dei salvataggi di migranti. Ma che Paese siamo diventati?

Left ha potuto leggere in anteprima i dettagli di “Capire la maggioranza incerta in Italia”, una ricerca che sarà presentata in un evento di Amref-African medical and research foundation a Milano (vedi box nella pagina seguente). «Non sono razzista ma…» è un incipit piuttosto in voga nel discorso pubblico. Bene, gli italiani – secondo la ricerca – sono proprio cosi: non-sono-razzisti-ma. «Ma» significa che sono spaventati, disorientati, resi ansiosi da «un uso sofisticato della tecnologia digitale e una narrativa semplificata che dipinge l’immigrazione come un’invasione».

«Tecnicamente si tratta della parte italiana di una ricerca di segmentazione finanziata da una fondazione con sede a Belfast, The social change initiative, nell’ambito di More in common, un incubatore di comunicazione per la promozione dei diritti sociali. Da un po’ circola nei tavoli degli addetti ai lavori ma ora…

L’articolo di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola


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