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La crisi della nave Aquarius sarà ricordata come il primo gesto, violento, di un esecutivo che dimostra di prendere sul serio la propria agenda politica, con al vertice la lotta ai più deboli. Una priorità che appassiona sempre di più anche il movimento di Grillo e Casaleggio (al di là di qualche timido monito del presidente della Camera Roberto Fico, o del post solidale coi migranti “in ostaggio” a bordo della nave umanitaria del sindaco di Livorno Nogarin poi rapidamente cancellato).
Se, infatti, la scorsa estate la smania di sbarrare i porti ai migranti dell’allora ministro dell’Interno Marco Minniti – ora sapientemente dissimulata – aveva incontrato un freno nell’opposizione netta del ministro dei Trasporti Graziano Delrio, oggi il suo omologo Toninelli rivendica una perfetta sintonia con le mosse del Viminale. Il “poliziotto buono”, insomma, non c’è più. Ma è indubbio che un fil rouge leghi l’operato dei due governi. Rispetto al Codice di condotta per le ong, al decreto Minniti Orlando sull’immigrazione, alla missione militare in Libia, l’escalation di Salvini si presenta come il loro naturale compimento. Grazie alla strada spianata dalla guerra al cosiddetto «estremismo umanitario», il leader leghista ha potuto tenere per giorni 629 esseri umani privi di soccorso in mezzo al mare, sfiancati, sul ponte assolato dell’imbarcazione di Sos Mediterranée, senza che la cosa abbia destato lo scalpore che avrebbe meritato tra i cittadini italiani.
Al momento di andare in stampa, l’imbarcazione della ong europea sta facendo rotta verso la Spagna, in seguito alla decisione della sala operativa della Guardia costiera di Roma di accettare la proposta del premier iberico Sànchez e far sbarcare i migranti soccorsi a Valencia, dopo il parziale trasbordo su due mezzi della marina italiana.
Ma all’interno di quale perimetro legale si è dispiegata la strategia del governo giallonero?…

L’articolo di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola


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