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Vestito con gli abiti tradizionali della sua terra, quella del Niger, di etnia tuareg, aveva illuminato con la sua chitarra blues il folto pubblico di piazza San Giovanni, in occasione del Primo maggio. Bombino, pseudonimo di Oumara Moctar, a margine del tradizionale concertone dello scorso anno, aveva raccontato a Left della sua passione per la musica, che fin da bambino ascoltava in famiglia e che poi dal deserto lo aveva portato in giro per il mondo. Amandola sempre di più perché, solo in questo modo – ci spiegava – può diventare una vera professione.

Dalla terra d’Africa con le sonorità tradizionali, scopre poi i mostri sacri del rock come Hendrix e Knopfler per iniziare la sua carriera negli anni novanta. È nel 2013 che Bombino ottiene successo con l’album Nomad, prodotto da Dan Auerbach dei Black Keys, chiarissimo riferimento a suoi trascorsi personali, quando a causa della guerra in Niger, da giovanissimo, era stato costretto a emigrare in Algeria e Libia. Con la sua chitarra e i suoi variegati suoni, la stella internazionale del desert blues torna in Italia, per una tournée che lo vedrà da noi fino a fine ottobre, per presentare Deran, il nuovo album. Dieci tracce, scritte in dieci giorni: un omaggio appassionato al suo popolo, in cui Bombino unisce con maestria la tradizione e il rock più moderno. Deserto e città, il binomio che lo rende universale e che gli ha permesso di lavorare con i più grandi della musica: da Keith Richards a Stevie Wonder, da Robert Plant fino al nostro Lorenzo Jovanotti.

Un prodotto viscerale che mescola folk, rock, funk e il sottogenere “tuareggae” di cui è pioniere: un blues/rock misto al reggae e al bounce, cantato nella sua lingua madre, il tamasheq (una varietà della lingua berbera, ndr). Un messaggio di speranza in questo momento così doloroso per tanti uomini, suoi connazionali soprattutto, costretti spesso ad abbandonare la propria terra. Come fece lui, anni fa, costretto all’esilio, divenendo il simbolo musicale di questa data mondiale. Lo potremo applaudire proprio il 20 giugno, al Monk di Roma, per la serata #Withrefugees: il live organizzato per la Giornata mondiale del rifugiato, promossa da Arci e Unhcr, in collaborazione con lo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, ndr). In occasione della data romana, abbiamo incontrato nuovamente il virtuoso musicista africano per parlare del suo nuovo lavoro e di questa data importante per lui e per tutti noi.

In questa data del 20 giugno, dedicata a tutti profughi del mondo, sarai al Monk; quale sarà il tuo messaggio, artistico e umano, qui da noi, in un momento così difficile, con le attuali scelte di governo e la scellerata decisione di chiudere i porti?
Per ben due volte, nella mia vita, sono dovuto fuggire. Certo, è un’esperienza che non puoi dimenticare. Una volta che sei stato profugo, c’è qualcosa che ti entra dentro e non ti lascia mai più. Poco importa il successo che ho come musicista, io mi ricorderò per sempre del giorno in cui sono stato costretto a lasciare la mia casa a causa di ciò che sono. Il mio messaggio è comunque di avere sempre speranza. La musica è uno strumento di pace, il mio messaggio di fratellanza, di amore contro ogni guerra.

Sarai a Roma fino a ottobre, in concerto per tutta Italia, dove porterai la tua musica: qual è stato il lavoro che ti ha portato a questo tour?
Presenteremo l’ultimo album Deran. L’Italia è per me una seconda casa, il pubblico è caloroso e affettuoso. A volte mi urlano «Bombino» come se fosse un coro, e io ne sono davvero felice. Andrò negli Stati Uniti a luglio e poi tornerò in Europa, suoneremo un po’ dappertutto, anche in Sardegna dove siamo già stati, in Sicilia, poi a Firenze e infine Torino a ottobre.

Ti capita di ascoltare musica italiana? Con quali dei nostri artisti lavori?
Conosco parecchi musicisti italiani. In questi anni ho lavorato con Adriano Viterbini e con Lorenzo Jovanotti. Adriano è un chitarrista fantastico, abbiamo fatto alcuni live insieme e poi io ho suonato nel suo disco. Con Lorenzo ho suonato nel suo penultimo disco (Lorenzo 2015 Cc, nel brano ”Si alza il vento”, ndr) e poi sono stato suo ospite a dicembre in una trasmissione televisiva.

La musica come strumento di dialogo con tutti, come lo è questo ultimo album, interamente registrato nella tua terra, ma dal sapore internazionale, che non trova barriere di sorta; come speri lo accolgano, sia il tuo pubblico più affezionato, sia quello che verrà per la prima volta ad ascoltarti?
Sì, è stato registrato in Africa interamente, a Casablanca, in un bellissimo studio. I temi del nuovo album sono quelli abituali e ricorrenti: l’amore per la mia cultura, per la mia famiglia e per i miei amici, il rispetto per per la nostra storia e per il deserto. Queste sono le cose che mi ispirano e di cui canto. Lo stile sarà una continuazione con quello del passato, anzi mi sento di dire che ciò che amo maggiormente di questo album è il fatto che unisca tutti gli stili del mio passato: rock blues, la musica tradizionale tuareg la musica tenera e lenta, e anche il “tuareggae”.

Photo credit: Steven Pisano (CC BY 2.0)

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